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La cravatta è uno di quegli elementi che non può mancare nel guardaroba maschile. In molti sostengono che le origini di questo accessorio siano da collocare in epoca romana, tanto che i legionari, già nel secondo secolo dopo Cristo, erano soliti utilizzare un ornamento molto simile: sulla Colonna di Traiano del 113 d.C., realizzata per celebrare le vittorie dell’imperatore sui Daci (tra il 101 e il 106 d.C.), se ne trova una raffigurazione. Tuttavia, non c’è un vero e proprio legame tra l’accessorio antesignano della cravatta e la sua versione moderna. I suoi veri precursori sono i fazzoletti da collo che apparvero intorno al 1650. In quel periodo la cravatta a punta costituiva un simbolo di immensa ricchezza, basti pensare che il re inglese Carlo II ne indossava una costata oltre 20 sterline già nel 1660: una cifra che, allora, era davvero da capogiro. Il prototipo della cravatta contemporanea è stato realizzato in America all’inizio del Settecento; inizialmente, questo appariva come una bandana annodata a fiocco. A renderla popolare fu il pugile James Belcher: in molte raffigurazioni dell’epoca, l’uomo viene infatti ritratto con al collo questo particolare accessorio. Strano pensare che una delle caratteristiche fondamentali del vestire elegante sia passata, e resa celebre, da un personaggio che di formale aveva ben poco. Ma all’inizio del XIX secolo, grazie a Lord Brummel, la cravatta iniziò a rappresentare i valori di stile a cui la si associa ancora oggi: Brummel è stato il primo dandy della storia, uomo elegantissimo e fuori dagli schemi. Amava indossare un frac blu accostato a un panciotto e a pantaloni beige, stivali neri e a un immancabile fazzoletto da collo bianco. Addirittura, se il nodo non rispettava le sue aspettative, non si limitava a procedere nuovamente, bensì cambiava direttamente il fazzoletto poiché l’altro appariva ormai sgualcito e usato. Poi, nel 1880, gli studenti di Oxford tolsero i nastri dai propri cappelli per annodarseli al collo creando, di fatto, la prima vera cravatta per club del college. Tanto che, il 25 giugno del 1880, ordinarono a un sarto di produrre dei nastri appositi con i loro colori, dando così il via all’usanza che contagiò, ben presto, gli altri college inglesi. Il newyorkese Jesse Langsdorf, nel 1924, diede vita alla cravatta come la conosciamo oggi: tagliò il tessuto con un angolo di 45° rispetto al drittofilo, impiegando tre strisce di seta da cucire successivamente.

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Fu Lord Brummel, il primo dandy,

a farne un SIMBOLO DI ELEGANZA.

Ma la sua FORMA MODERNA

FU CODIFICATA solo nel 1924

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DAGLI USA ALL'ITALIA
L'idea venne brevettata ed esportata in tutto il mondo e ancora oggi le cravatte di qualità sono create seguendo lo stesso procedimento. Tuttavia, nonostante le origini della cravatta moderna siano da cercarsi tra Inghilterra e Stati Uniti, è bene ricordare una bellissima e affascinante storia italiana. Si tratta di Marinella, negozio e marchio napoletano specializzato nella produzione di cravatte e nella distribuzione di abbigliamento e articoli inglesi. Fondato da Eugenio Marinella il 26 giugno del 1914, al numero 287 della Riviera di Chiaia, è ancora oggi di proprietà della famiglia. La ditta realizza quotidianamente circa 120 modelli e ne vende di diversi tipi: già confezionate, su misura, sette pieghe. La storia di Marinella inizia un mese prima dello scoppio della I Guerra mondiale e s’intreccia con quella della società benestante napoletana. La giornalista e scrittrice Matilde Serao ne celebra l’inaugurazione nella sua rubrica “Mosconi” presente sul quotidiano napoletano Il Giorno . La bottega di articoli inglesi – l’insegna, infatti, recitava “Marinella E. Marinella – Shirtmaker and Outfitter” – è arredata da Eugenio seguendo il gusto anglofilo dei signori napoletani. Eugenio Marinella, per primo in Italia, importa marchi e prodotti che, fino a quel momento, erano sconosciuti nel Belpaese: si parla, ad esempio, dei cappelli Look, degli impermeabili Aquascutum e di tessuti preziosi del Kent. Articoli che trovano, nel tempo, il riscontro appassionato di una clientela raffinata, costituita da famiglie e personaggi che hanno fatto la storia italiana, anche in termini di stile: gli Agnelli, gli esponenti di Casa Savoia e i discendenti dei Borbone di Napoli. I sistemi di lavorazione a mano, così come le procedure seguite per l’importazione dei tessuti della contea del Kent e per la vendita dei prodotti Marinella, sono rimasti gli stessi delle origini in questa magnifica realtà. A detta dei Marinella, la larghezza di una cravatta dovrebbe essere sempre compresa tra gli otto centimetri e mezzo e, nel punto più largo, i nove e mezzo. Il colore, invece, deve “staccare” dall’abito e dalla camicia e, per le stoffe, la regola è seguire la tradizione. Ultime raccomandazioni: mai delegare ad altri la scelta della propria cravatta né esibire un coordinato cravatta-fazzoletto nel taschino.

I TREND
La cravatta può essere realizzata in diversi materiali, il più usato, comunemente, è la seta. Tuttavia, sul mercato, sono presenti anche modelli in cashmere e in lino, oltre che in altri tessuti. Un particolare da osservare attentamente per valutare la buona fattura di una cravatta sono le cuciture: sono costituite da tre pezzi separati e poi uniti con una macchina da cucito o manualmente. Il passante può essere cucito all’interno della cravatta e alcune maison inseriscono le due estremità nella cucitura. Si tratta di una caratteristica che fa di una cravatta una buona cravatta: il vero lusso sta nei dettagli, come sempre più spesso accade. Un altro particolare da tenere in considerazione per valutare la qualità del prodotto è la dicitura del 100% riferito al tessuto: che si tratti di seta, lino o cashmere, è infatti difficile, quasi impossibile, che una cravatta sia realizzata in un unico materiale. Presentano sempre un’anima realizzata in un altro tessuto, solitamente in cotone. L’unica eccezione è il capolavoro della Seven Fold Tie, comunemente detta “sette pieghe”: questo modello è realizzato tramite un grande quadrato di seta ripiegato su se stesso sette volte sino alla creazione della cravatta vera e propria e, proprio grazie a questo processo, non necessita di nessuna anima interna per dare sostegno e volume al prodotto finale. Come si accennava in precedenza, tuttavia, questo accessorio può essere realizzato anche con materiali differenti dalla seta, per esempio in lana o in maglia (che, ultimamente, sono sempre più di tendenza e offrono al consumatore finale un prodotto più adatto alla contemporaneità e più versatile). La cravatta in maglia, nella sua versione formale, predilige le tinte del blu scuro o del nero, presenta una larghezza normale (né troppo ampia né troppo stretta) ed è l’accessorio ideale da accostare a una camicia bianca o a un abito grigio.

OCCHIO ALLE TINTE
Una cravatta molto diffusa è sicuramente quella Regimental, originaria dei club e dei college inglesi: le righe sono disposte obliquamente e riportano le tinte caratteristiche degli stemmi delle università d’Oltremanica. Tuttavia, come spesso accade nella moda, molte di quelle presenti sul mercato non sono vere e proprie Regimental, bensì sono cravatte che ne hanno assunto fattezze e somiglianze per seguire la tendenza: correttamente dovrebbero essere definite a “righe” proprio perché la vera Regimental si può possedere solo se membri di un club inglese.
La simbologia nella moda è quanto mai affascinante e coinvolge anche il mondo della cravatteria, soprattutto per quanto concerne i colori: nel Settecento, presso le corti, l’antenata della cravatta iniziava a imporre la propria presenza. In questo periodo, fatto di pizzi e merletti, i colori prediletti erano due: l’azzurro, simbolo di nobiltà, e il giallo, così simile all’oro da essere sinonimo di potenza. Al di là dei significati nascosti, è chiaro che la cravatta è un elemento intramontabile del guardaroba maschile. Oggi non c’è maison che non rivisiti questo accessorio: da Ferragamo ad Armani, da Prada a Versace a Zegna, passando per Etro, Missoni e Hermès, che sia rigata, in cashmere, a tinta unita o floreale, con stampe geometriche o arricchita da motivi non consueti, resta, e resterà sempre, protagonista delle scelte dell’uomo formale.

 

ISTRUZIONI PER L'USO
Esistono diversi modi per annodare una cravatta, ma i principali sono cinque. Il nodo semplice, che è il più utilizzato, si accorda con la maggior parte dei modelli ed è adatto a molti colli di camicia. Dall’aspetto conico e allungato, è stretto se realizzato con delle cravatte fini e più largo con delle cravatte spesse. Il nodo doppio differisce da quello semplice per il fatto che necessita di una seconda rotazione: all’inizio del procedimento la gamba della cravatta deve essere passata per due volte attorno alla gambetta. Il nodo Windsor, invece, è quello dedicato alle grande occasioni: il suo nome deriva dal duca di Windsor che lo ha reso celebre. Deve essere utilizzato su dei colli aperti, come quelli italiani o, appunto, quelli Windsor. Il mezzo Windsor, simile a quello precedente, è meno spesso e più semplice da realizzare e si accorda perfettamente a cravatte fini. Il nodo piccolo, infine, si adatta a cravatte spesse o a camicie a collo stretto. Di facile realizzazione, necessita di un avvitamento di 180°.