Maurizio Marinella, amministratore unico del marchio

Creare un piccolo angolo d’Inghilterra, affacciato sul Golfo di Napoli. Era questo il sogno che accarezzava Eugenio Marinella, rampante commerciante d’abbigliamento del capoluogo campano, quando nel 1914 inaugurò nella sua città una minuscola bottega sartoriale: appena venti metri quadri vista mare sulla Riviera di Chiaia, una delle vie partenopee più signorili, ieri come oggi. «Nel magazzino di piazza Vittoria i nostri viveurs troveranno articoli inglesi esclusivamente modellati per la casa, come camicie, cravatte, bretelle, fazzoletti... »: sulle pagine de Il Mattino, in uno dei suoi celebri “Mosconi”, un’entusiasta Matilde Serao segnalava così il debutto di quel negozio sobrio e lussuoso allo stesso tempo. Aveva avuto la giusta intuizione, don Eugenio, appena rientrato da uno stimolante viaggio Oltremanica: dal momento che, all’epoca, tutti i più eleganti uomini del Vecchio Continente amavano vestire come i dandy che passeggiavano a Covent Garden, l’imprenditore aveva capito che doveva ispirarsi a quel modello per rifornire di tutto punto, in modo ricercato, il guardaroba maschile dell’élite napoletana. In breve, la boutique divenne punto di riferimento del menswear più sofisticato, vantando clienti del calibro di Eduardo De Filippo, Enrico Caruso, Gabriele D’Annunzio e acquisendo due blasoni, quali quello dell’Ordine della Giarrettiera, in qualità di fornitore ufficiale della Casa Reale Inglese, e lo Stemma Borbonico.

Lezioni di stile 

Sono passati più di cent’anni, da allora, eppure, ancora adesso, le cravatte rigorosamente tagliate e cucite a mano, firmate E. Marinella – marchio guidato oggi dalla terza generazione dell’omonima famiglia – sono riconoscibili in tutto il mondo per l’esclusiva fattura, resa unica dalla corposa imbottitura e dal rinforzo ad hoc del nodo, così come per le tinte unite o le fantasie a microdisegni su twill di seta British: tutti dettagli d’autore che sono diventati, nel tempo, vere e proprie cifre stilistiche della maison partenopea.

Don Eugenio scomparve nel 1968, lasciando suo figlio Luigi al timone della piccola, ma florida impresa in un momento di grandi cambiamenti sociali e culturali, che si rifletterono anche sulla moda maschile, sempre più focalizzata sugli accessori come elementi fashion distintivi.
Non a caso la produzione sartoriale di Marinella, all’inizio incentrata sulle camicie (nei primi decenni del XX secolo, i gentlemen più eccentrici ne cambiavano anche quattro al giorno), si focalizzò sulle “sette pieghe”, così definite perché ogni esemplare era ottenuto da un intero square, un rettangolo di tessuto (100x130 cm) ripiegato sette volte verso l’interno per dare massima consistenza. Oggi, invece, dalla stessa quantità di stoffa si ricavano ben quattro cravatte, due destinate al servizio su misura e due per la lavorazione standard; al modello classico, inoltre, si sono aggiunte anche le “cinque” e le “nove” pieghe. Tutt’ora custodito nell’atelier di piazza Vittoria, un libro-cimelio che raccoglie firme illustri racconta di teste coronate, capi di governo e di Stato, imprenditori e personalità di spicco del mondo dell’arte e dello spettacolo che fecero visita alla storica bottega per uscirne con qualche creazione esclusiva al collo.

Le cravatte Marinella 

Curiosi di conoscere i vezzi di qualche personaggio insigne? Ebbene, sappiate, per esempio, che il regista Luchino Visconti amava i modelli a fondo blu o rosso, da coordinare a fazzoletti da taschino in seta indiana. E ancora, il magnate Aristotele Onassis comprava dodici pezzi per volta, tutti rigorosamente neri, per scoraggiare i suoi interlocutori e non far capire loro di che umore fosse. Senza dimenticare, tra gli acquirenti più in vista, casate principesche come i Grimaldi di Monaco, presidenti americani – da John Fitzgerald Kennedy a Bill Clinton – ed ex premier di casa nostra, quali Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi.

Dal 1994 nella gestione famigliare è subentrato Maurizio, ancora oggi al timone della maison, cui ha impresso una spinta decisiva: è infatti riuscito a trasformare una realtà imprenditoriale locale in un brand di portata internazionale. Un impegno il suo, che gli è valso numerosi, importanti riconoscimenti culminati, nel 2011, con l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro; nel 2012, poi, gli è stato conferito anche l’Internationalisation Business Award dall’UK Trade Investment per il contributo dato al sistema produttivo britannico. Proprio così: la ricercata eleganza “made in Naples” si è affermata sempre di più lungo le rive del Tamigi, muse ispiratrici del suo fondatore. Ma, nello stesso tempo, si è diffusa anche sulle Avenue più esclusive di Manhattan e sotto i grattacieli del Giappone: al negozio di piazza Vittoria a Napoli, infatti, si sono aggiunte boutique monomarca a Londra e a Tokyo, così come anche a Milano, Lugano e Hong Kong, oltre a punti vendita quali Bergdorf Goodman a New York, Le Bon Marché Rive Gauche e uno store deluxe nel Four Season Hotel George V a Parigi, Le Bon Génie a Ginevra. Le chiavi di un successo che dura da oltre cent’anni? Sicuramente la rigorosa lavorazione artigianale, vivacizzata da una vulcanica creatività tipicamente partenopea.
Ed è bene che proprio una simile componente emozionale prevalga al momento dell’acquisto di questi gioielli di stoffa, forgiati a mano nei laboratori sartoriali di Napoli. «L’unica regola è seguire l’istinto», spiegava, con fermezza, don Eugenio. «Non fatevi mai consigliare e non demandate a nessuno la scelta, che deve essere un atto irrazionale». Perché, ricordatevi sempre, la cravatta rappresenta anche un indice di personalità, se è vero che, come soleva ripetere il capostipite dei Marinella, «rivela il carattere di un uomo».