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Sostenibilità e design: il segreto? Fare come la nonna

Sostenibilità e design: il segreto? Fare come la nonna Torna a Design sostenibilità come saranno prodotti domani
Martedì, 16 Giugno 2020

 Intervista a Massimo Duroni, bioarchitetto 

Massino-Duroni-Bioarchitetto

Sta lavorando al sogno di una scuola bioclimatica in India e di un villaggio artigianale in Sudafrica. Mesi fa era in Cina a parlare di sostenibilità, col “senso di colpa” per aver preso un aereo semi-vuoto per quel viaggio. Massimo Duroni si presenta come un bioarchitetto e non fa sconti a nessuno, nemmeno a se stesso: «Il nostro sistema è distruttivo, se non altro perché siamo sempre di più su questo pianeta. Io mangio carne, ho un computer un cellulare e un’auto, mi lavo tutti i giorni e ho una casa che riscaldo in inverno. Solo per queste ragioni sono corresponsabile della morte di migliaia di persone. Non possiamo annullare il nostro impatto, ma possiamo cercare di ridurlo».

Qual è la strada per essere più sostenibili?
Bisogna tornare a comportarsi come le nonne di una volta: non si butta via niente, si comprano solo prodotti di qualità e resistenti nel tempo da tramandare ai propri figli. Il guaio è che per il mercato vendere 200 prodotti scadenti è meglio che uno solo durevole e anche interrompere questo contesto consumistico creerebbe un dissesto socioeconomico globale altrettanto disastroso. Persino la plastica, se non usata come usa-egetta, non è così impattante anzi, per alcuni prodotti ha un impatto inferiore a quello di materiali naturali come nel caso delle fibre sintetiche vs cotone. Provocatoriamente, sarebbe più facile vedere galleggiare nel Gange un mobile di una famosa ditta svedese notoriamente molto attenta all’ambiente che un prodotto di design in plastica di una storica e famosa azienda italiana.

Le aziende che ruolo hanno in questo sistema?
Tendono di per sé all’ottimizzazione dei processi e dei prodotti, quindi per propria natura dovrebbero evitare gli sprechi. Anche le bio-plastiche, per esempio, non sono una soluzione. Se provengono da un recupero di materiale di scarto è un conto, ma se arrivano da coltivazioni ad hoc, che consumano acqua e territorio, necessitano di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici e diventano un controsenso in termini ambientali. Lo stesso vale per i biocarburanti: se li ottengono da olii esausti ottimizzo un processo produttivo – pur dovendo poi bruciarli – se però devo dedicare territorio per la coltivazione di prodotti dai quali estrarre l’olio, allora creerei un doppio impatto ambientale.

Vale anche per le famose auto elettriche?
Certo, nel Life Cycle Assessment (Lca) di un’auto elettrica devo considerare non solo la produzione e lo smaltimento delle batterie, ma anche come viene prodotta l’energia elettrica necessaria e devo, persino, “spalmare” sui nuovi veicoli la rottamazione prematura di auto ancora efficienti. Dall’altra parte, però, con l’elettrico riduco le concentrazioni di CO2 nei centri urbani per distribuirla sull’intero territorio così da avere un beneficio locale sulla qualità dell’aria e una conseguente riduzione della mortalità nelle città. Bisogna ragionare in termini globali, non solo di impatto ambientale: per esempio, una radiolina che pago 5 euro potrebbe costarne nella realtà anche 20, la differenza la sta pagando qualcuno da un’altra parte del mondo.

Quali sono le pratiche migliori per inseguire una vera sostenibilità?
Sono un appassionato di materiali e molti li ritengo interessanti in termini ambientali anche se apparentemente non lo sembrano, come alcune finiture sintetiche che in due millimetri permettono di allungare la vita di un pavimento risparmiando lavoro, spazio in discarica, energia per il ripristino. Alcuni materiali, però, sono specchietti per le allodole frutto di semplice green washing, a fronte di altri che provengono da anni di ricerche e duro lavoro. In edilizia, per esempio, per la stessa funzione ci sono materiali fonoassorbenti fatti in cellulosa o ottenuti dal recupero della lana dei pastori sardi o, ancora, filati in poliestere recuperati da tonnellate di bottiglie di plastica che in alternativa avrebbero inquinato i nostri bellissimi mari. Nessuno di questi è “la” soluzione, ma tutti insieme se utilizzati in maniera corretta potrebbero regalarci un futuro migliore.

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