Uno scontro di gioco nel match tra Sudafrica e Nuova Zelanda nel Rugby Championship, il torneo tra le nazionali dell’emisfero australe che quest’anno ha fatto da preparazione alla Coppa del mondo 2015, in programma in Inghilterra (con alcune partite previste a Cardiff, in Galles) dal 18 settembre al 31 ottobre. Sono 20 le nazioni qualificate, ma saranno 200 i Paesi collegati via satellite © Getty Images

«This is not soccer ». Certo, è rugby. Fa strano che una delle frasi più famose nel mondo ovale sia stata pronunciata da un arbitro, Nigel Owens (gay dichiarato e mai discriminato in campo, ma questa è un’altra storia). Non stupisce invece che, persino durante una partita di alto livello, uno dei protagonisti abbia sentito la necessità di rimproverare un giocatore indisciplinato rimarcando una differenza ancestrale tra gli altri, i calciatori, e “noi”. Quelli diversi, nel Dna e non solo. Quelli brutti, enormi, con le orecchie a carciofo e l’occhio nero, ma che a fine partita, dopo essersele date di santa ragione, si abbracciano e bevono una birra insieme. Perché il terzo tempo è una tradizione che non cambia, dai campioni ai dilettanti, dalla Scozia alla Nuova Zelanda, nemmeno nell’era della massima visibilità, della cura del dettaglio e dell’alimentazione.

Per il resto, a vent’anni dalla rivoluzionaria introduzione del professionismo sui campi da rugby, il gioco sta cambiando profondamente. Negli ultimi tempi si è assistito a ferite simulate per forzare una sostituzione, periodiche accuse di doping e anche all’invasione dei primi mecenati. Come Mourad Boudjellal, imprenditore francese di origine algerina, fondatore tra gli altri di Charlie Hebdo, ma soprattutto patron del Tolone: la prima squadra “galattica” che ha fatto incetta di stelle e ha vinto le ultime tre Champions League del rugby consecutive. Perché i soldi hanno (finalmente) invaso anche il campo della palla ovale, come raccontano le previsioni per i prossimi Mondiali (visita il sito ufficiale della Rugby World Cup), al via il 18 settembre in Inghilterra (finale il 31 ottobre nel tempio londinese di Twickenham).

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FINO AL 1985 LA SOLA IDEA

DI ORGANIZZARE UN MONDIALE

ERA CONSIDERATA QUASI UN INSULTO

PER LE TRADIZIONI DI QUESTO SPORT

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Si tratta solo dell’ottava edizione di una competizione che, almeno fino al 1985, era considerata quasi come un insulto alle tradizioni di questo sport. Ma in 28 anni dal primo esperimento quasi ingenuo in Nuova Zelanda – 4,1 milioni di fatturato, 300 milioni di diritti Tv e appena 17 emittenti accreditate – la Coppa del mondo è diventata il terzo evento sportivo globale dopo Giochi Olimpici e Mondiali di calcio. Si riparte con l’intenzione di frantumare i record francesi del 2007, dopo che nel 2011 il ritorno agli antipodi ha ovviamente abbassato i ricavi per la difficile collocazione geografica del torneo. Le stime parlano di oltre 230 milioni di introiti e soprattutto 32 milioni di profitto (+800% rispetto al 1987): in un mondo senza fronzoli come quello ovale, non sono ammessi infatti sprechi o spese incontrollate. Saranno 200 i Paesi collegati con 4 miliardi di persone di audience potenziale, 6 mila volontari (da selezionare su 20 mila richieste) e un elenco infinito di sponsor. Nel gruppo dei top partner figurano Heineken, Land Rover, Société Générale, Dhl, Emirates e Mastercard.

 

«Gli inglesi giocano a rugby perché lo hanno creato. Gallesi, irlandesi e scozzesi perché, legnando gli inglesi in qualsiasi altro modo, finirebbero in galera», recita uno dei motti più antichi di questa disciplina. Che cosa resta di questo spirito tutto anglosassone? Poco. Sarà merito del fascino globale degli All Blacks, o della democraticità con cui è stato supportato lo sviluppo del movimento femminile, o forse della più semplice fruizione della versione a sette che debutterà ai Giochi Olimpici del prossimo anno, ma in pochi anni il rugby è diventato uno sport mondiale, che ha conquistato persino il Giappone (ospiterà l’edizione 2019) o il Kenya. La disciplina ha insomma abbandonato lo spirito elitario che si portava dietro da quando si era affermata nella nobiltà inglese come strumento per forgiare il carattere delle giovani generazioni.

Non a caso la leggenda narra che sia nata in un esclusivo college inglese – a Rugby, appunto – dove nel 1823 il 17enne William Webb Ellis un giorno si stancò di giocare con i piedi e corse con la palla fino in meta. «Uno sport da bestie giocato da gentiluomini », recita un altro vecchio adagio di quelli che tanto piacciono ai rugbysti. Eppure nel corso dei decenni ha trovato estimatori insospettabili. A partire da uno studente argentino di medicina, Ernesto Guevara, che lo amava a tal punto da sfidare l’asma per giocarlo dai 14 ai 23 anni. Prima di diventare il “Che”, e di provare a diffondere la sua passione tra i barbudos rivoluzionari, arrivò fino alla Serie A con il San Isidro di Buenos Aires e fondò anche una rivista, Tackle (placcaggio), presto chiusa dal regime perché troppo orientata alla politica. Anche Karol Wojtyla, di cui tutto imparammo a conoscere la passione per gli sci, in gioventù ebbe occasione di sperimentare con piacere ruck e maul.

Se è normale che i leader inglesi abbiano assaggiato l’erba – Gordon Brown perse la vista da un occhio in campo a 16 anni e dovette rinunciare ai sogni di gloria – stupisce che lo siano stati anche alcuni presidenti americani: Woodrow Wilson fu il primo capitano di Princeton, Bill Clinton conobbe a Oxford un mito All Blacks come Chris Laidlaw e George W. Bush, estremo di belle speranze. Da buon irlandese, il fratello di Jfk, Teddy Kennedy, fu un bravo trequarti centro. Senza dimenticare i dittatori: se in Italia la diffusione del gioco si deve anche a Benito Mussolini – che lo “italianizzò” ricollegandolo all’harpastum romano – la Germania hitleriana era una potenza ovale e Ceausescu ne promosse la pratica in Romania. Altrettante sono le star dal passato ovale più o meno glorioso: Richard Burton, discreto flanker, amò il rugby almeno quanto la sua seconda moglie Elizabeth Taylor. Boris Karloff, l’attore di Frankestein, gestiva una squadra in California. Grandi animali da campo e palcoscenico si trovano anche in Francia: Gérard Depardieu è un grande appassionato, Jacques Tati fu invece una stella del Racing Club Parigi. Passando alla musica, non si può dimenticare Roger Waters, irruento nei placcaggi come sul palco con i suoi Pink Floyd. Chissà invece che J.R.R. Tolkien non abbia tratto ispirazione da qualche partita particolarmente dura per descrivere una delle incredibili scene di battaglia del Signore degli anelli. Lewis Carroll e Salman Rushdie giocarono al college e per lo scrittore indiano fu il principale strumento di integrazione dopo il trasferimento nel Regno Unito. Addirittura Arthur Conan Doyle imperniò una delle indagini di Sherlock Holmes (Lo strano caso dei giocatore scomparso ne Il ritorno di Sherlock Holmes del 1905) ispirandosi alla figura di Ronald William Poulton-Palmer, capitano della nazionale inglese poi caduto nella I Guerra mondiale.

 

L’Italia non è rimasta immune dal contagio, soprattutto dopo l’ingresso nel Sei Nazioni a partire dal 2000. Tra curiosità e un po’ di “moda”, il rugby ha conquistato grosse fette di pubblico fino al clamoroso tutto esaurito allo stadio San Siro per Italia-All Blacks nel 2009. Mischia, touche e regole – almeno gran parte di esse – non sono dunque più oscure alle famiglie della Penisola. I fratelli Bergamasco, il capitano azzurro Sergio Parisse e Andrea Lo Cicero (oggi showman in Tv con Giardini da incubo su Sky Uno) sono volti noti al grande pubblico. Come Chef Rubio, che si divide tra cucina e Sei Nazioni per DMax. Anche se forse il sogno dell’ex ct John Kirwan sembra ancora un’utopia: «La più bella vittoria l’avremo ottenuta quando le mamme italiane spingeranno i loro figli a giocare al rugby se vorranno che crescano bene, abbiano dei valori, conoscano il rispetto, la disciplina e la capacità di soffrire. Questo è uno sport che allena alla vita». A favorire l’ascesa della palla ovale sono stati anche i peccati ripetuti del calcio che, tra scandali e violenze negli stadi, hanno spianato la strada a uno sport portatore di valori sani come il rispetto, il fair play, la convivialità fuori dal campo. E una disciplina che annovera tra i suoi principi fondanti il concetto di “sostegno” non poteva non conquistare anche il mondo delle imprese e della formazione aziendale.

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LA PALLA SI PASSA ALL'INDIETRO

E SI AVANZA CON IL "SOSTEGNO"

DI TUTTI: UNA SITUAZIONE CHE

BEN SI ADATTA ALLE AZIENDE

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«Chi lavora in questo ambito ha percorso le strade più diverse nell’outdoor training, dal bungee jumping al deltaplano», spiega Stefano Baia Curioni, professore dell’università Bocconi nonché presidente dell’Asr Milano, che milita in Serie A. «Sono tutti ambiti in cui si valorizza il lavoro di gruppo, la fiducia, l’affidamento reciproco. Il rugby era stato poco esplorato perché era una disciplina minore, non c’erano le competenze diffuse. Ora che se n’è ampliato l’immaginario, grazie al Sei Nazioni, le cose sono cambiate». Ma perché il rugby piace tanto? «L’ambiente competitivo-selettivo del mondo di oggi erode i valori di solidarietà e comunità, creando dei costi nascosti per le aziende», dice il docente associato del dipartimento di Analisi delle politiche e management pubblico. «Questo sport li ha invece connaturati: è una disciplina di combattimento che non prevede una rilevanza individuale. Il buon giocatore è quello che fa giocare bene la squadra. La forza di un team è nel suo anello più debole».

È insomma uno sport «da I Guerra mondiale», come lo definisce in uno dei suoi spettacoli l’attore teatrale Marco Paolini: riporta in auge il concetto di trincea, dove «se non altro perché uno deve prendere la botta al posto dell’altro, si crea un po’ di gratitudine», chiarisce Baia Curioni. «Costruisce dei legami: la palla si porta avanti col corpo con un rischio fisico che fa nascere solidarietà». E poi non mancano metafore semplici e immediate per spiegare concetti complicati: la mischia, con la sua “resilienza”, o la touche con la componente “dell’appoggio” al compagno. L’Asr ha ospitato circa 500 persone in corsi di vario genere: il divertimento è assicurato dalla novità, ma lo straniamento arriva proprio al momento di dover passare la palla all’indietro: «Tutti hanno giocato a calcio o a pallacanestro e sono dunque abituati a smarcarsi in avanti: un concetto del genere è una cosa che nel Dna dell’italiano medio adulto è assente», conclude Baia Curioni. «Sostegno, fair play e rispetto sono valori che rientrano in un capitale sociale che ogni volta va ricostruito in modo consapevole. Le pratiche competitive lo distruggono se non viene rilanciato, al di là della crisi. Ecco perché come società abbiamo deciso di creare un club forte: nel mondo moderno i grandi vettori di capitale sociale – le parrocchie, i partiti, la famiglia – sono tutti in ginocchio. Il rugby può colmare l’assenza dei grandi motori di formazione della fiducia e il disagio che questo comporta nel tessuto sociale».