Mao Tse Tung alle prese con il tennistavolo © Getty Images

Ci vuole un fisico bestiale per fare sport in casa, magari dopo una lunga giornata di lavoro e una lauta cena. Ma il pingpong, a oltre cent’anni suonati di scambi veloci e palle a effetto, ce l’ha fatta, sgominando in una serie di partite a eliminazione diretta i suoi avversarsi più insidiosi: il Whiff Waff e il Gossima, il Pom-Pom e il Pimp Pam, senza dimenticare il Netto e il Tennis de Salone.

Perché questo era lo scenario che si presentava all’alba del ‘900 sotto il tetto dell’alta società britannica: una moltitudine di giochi da tavolo con racchetta, che, con regole diverse ma con attrezzature simili, si sfidavano per allietare le serate della borghesia. In origine il tennis da tavolo era una soluzione casalinga per gli appassionati della racchetta che non volevano rinunciarci neppure nel periodo invernale. Il mini-tennis domestico era giusto un tavolo in legno, diviso da una fila di libri e un tappo di sughero che si ribatteva con una scatola o un tamburello. Poi l’anima commerciale degli inglesi ha avuto la meglio. E sono spuntati una dopo l’altra confezioni da gioco contenenti panno verde, retina, palline, mini racchette e manuale delle regole. Tra tutti i brevetti registrati, è emersa la marca Ping Pong della ditta Jaques & Sons: il nome, di origine onomatopeica, riproduce i suoni prodotti dalla pallina: ping quando tocca la racchetta e pong quando rimbalza sul tavolo. Anche gli esperti del settore e i professionisti sono affezionati a questo nome, ma quando si parla di sport soprattutto in chiave olimpica, il riferimento corretto è tennistavolo. Il cuore romantico del vecchio ping pong batte, però, ancora negli scambi sportivi del tennistavolo, visto che le regole ufficiali vennero codificate nel 1922 dall’unione dei giochi “ping pong” e “table tennis”.

Sulla base di queste regole (partite da 5 set da 11 punti l’uno, servizio con rimbalzo), il gioco si trasforma rapidamente in quell’attività sportiva che è stata definita dai suoi protagonisti come «giocare a scacchi correndo i cento metri». Tecnica, rapidità, ma anche concentrazione psicofisica: questi sono gli elementi chiave per diventare un campione. Nel corso degli anni '20, si costituisce la Federazione internazionale di tennistavolo, che organizzerà il primo torneo internazionale in Germania e a Londra la Coppa del mondo. Cambiano i materiali: le racchette sono ricoperte di gomma puntinata (negli anni '50 arriverà il formato sandwich), si aggiornano le regole, si provano le diverse impugnature, all’occidentale o a penna cinese. È asiatica, infatti, la sponda che ha permesso a questo sport di rimbalzare fino alla popolarità globale, diventando il più praticato al mondo dopo il calcio con circa 300 milioni di praticanti. Il colpo vincente arriva con il piano “sportivo” di Mao Tse Tung, che impone alla popolazione cinese il tennistavolo come disciplina nazionale. Un giovane sport da praticare in fabbrica, nei circoli ricreativi e nelle case, e nel quale poter diventare in fretta – e per mancanza di avversari adeguati – i dominatori assoluti nel mondo.

SCAMBI ITALIANI
Il ping pong in Italia riaccende il carosello dei ricordi. È il tavolo verde della parrocchia, l’arena delle chiacchiere scambiate tra un colpo e l’altro nel del bar sotto casa o ai bagni fronte mare. È presente anche nelle sale giochi, e in qualche caso nelle case degli amici. Ed è la fuga ideale per i liceali che marinano la scuola, come racconta bene l’affresco letterario Cronache familiari di Vasco Pratolini, nelle cui pagine i ragazzi si sfidano in lunghissime partite di formazione esistenziale. «Oggi quell’anima ludica e ricreativa sta soffrendo», spiega Matteo Quarantelli, il direttore tecnico delle giovanile della Fitet, la Federazione italiana tennistavolo, che si occupa anche dell’attività promozionale e dell’avviamento. «I luoghi d’elezione del ping pong scompaiono a vista d’occhio. Pensiamo alle sale giochi, ormai rottamate da videogame casalinghi, browser game, app e realtà virtuale. D’altra parte assistiamo a uno sviluppo incoraggiante di tipo educativo. Una scuola superiore su due in Italia ha un tavolo per giocare a ping pong. E il tavolo con la rete rimane un richiamo irresistibile per i giovani. Quando è presente, i ragazzi sgomitano per fare una partita». La Fitet, che è nata a Genova nel 1945 per poi trasferirsi a Livorno e infine a Roma, ha seicento squadre (i campioni 2016 sono gli atleti di Castel Goffredo, in provincia di Mantova), i tesserati ammontano a 14.071, suddivisi in 2.475 promozionali e 11.596 agonisti. «Cerchiamo di promuovere questo sport anche a livello amatoriale attraverso kermesse, gare e tornei. La pratica motoria del tennistavolo continua a piacere a persone di tutte le età, ma la mancanza di luoghi di aggregazione ne rende difficile il rilancio e una maggiore diffusione».

La storia 

1884
L’elettricista inglese James Devonshire registra il gioco del “tennis tavolo” all’ufficio brevetti di Londra.

1890
Primo set da tavolo (due mini racchette, panno verde, retina e pallina di gomma) in commercio con il nome di “Parlour Table Games”.

1900
In Inghilterra la ditta J. Jaques & Son registra il nome “ping pong”.

1922
Le associazioni rivali Ping Pong e Tennis Table unificano le regole di gioco.

1926
Nasce la prima federazione europea internazionale di tennistavolo.

1946
Nasce la Federazione italiana tennistavolo.

1950
Mao Tse Tung decide che il tennistavolo deve diventare lo sport nazionale cinese.

1971
La diplomazia del ping pong, la serie di incontri amichevoli tra sportivi cinesi e americani, fa da apripista alla visita del presidente Nixon in Cina.

LA DIPLOMAZIA DEL PING PONG
Ma il ping pong fa parte anche della storia geopolitica. Forrest Gump, l’antieroe per eccellenza del cinema contemporaneo interpretato da Tom Hanks, entra per caso sulla scena mondiale, grazie a una partita di ping pong giocata all’ospedale per veterani del Vietnam. Gump si scopre un campione imbattibile eccellendo nella ripetitività degli scambi veloci e del gesto sportivo, diventando capitano della nazionale di tennistavolo americana e arrivando a disputare un torneo amichevole in Cina. Dal cinema alla realtà: il ping pong è stato davvero il braccio distensivo nelle relazioni degli anni '70 tra gli Stati Uniti e il socialismo di Pechino pronto ad abbracciare il capitalismo. Ormai la ping pong diplomacy si studia nei libri di storia perché fu il preludio all’incontro nel 1972 tra Mao Tse Tung e Richard Nixon, che permise il disgelo tra le due nazioni e pose le basi per quella che è la Cina moderna, in un’epoca in cui l’ingresso di un cittadino americano nel Paese asiatico era semplicemente inimmaginabile. E invece il gioco del destino e l’arma pacifica della racchetta sono riusciti a vincere un partita in apparenza impossibile. Il 10 aprile 1971 la squadra nazionale di tennistavolo americana si trova in Giappone per il 31esimo campionato mondiale. Il giocatore Glenn Cowan, prototipo del figlio dei fiori anni '70 con capelli lunghi, aria stralunata e voglia di conoscere il mondo, combina un pasticcio perché perde l’autobus che dovrebbe portarlo a Nagoya per disputare il torneo. Trova un inaspettato passaggio dall’autobus della squadra cinese, dove ad accoglierlo c’è il tre volte campione mondiale Zhuang Zedong, con cui aveva stretto una rapida amicizia nel corso di un allenamento. Quando i due scendono dall’autobus, dopo una lunga chiacchierata tra gesti e scambi di doni, una folla di giornalisti e fotografi li immortalano scattando una delle immagini del secolo: la riconciliazione degli ex nemici. I cronisti riportarono la frase di Mao Tse Tung secondo la quale il suo atleta «non solo gioca bene a ping pong, ma è bravo in affari esteri, è portato per la politica». Da quell’autobus mancato, cominciò «la settimana che cambiò il mondo» (copyright Richard Nixon) e partì il treno della diplomazia, che si concluse con la storica visita del presidente Usa a Pechino. Da allora la Cina è rientrata anche nel comitato olimpico, dominando nel tennistavolo in tutte le edizioni a cinque cerchi con un bottino di 47 medaglie, tra cui 24 ori su 27 assegnati. Un risultato devastante per le altre nazionali, ma che a suo modo ha garantito la pace nel mondo.

NUOVA VITA
Oggi, l’appassionato di ping pong che non ti aspetti ha la chioma rossa di Susan Sarandon. L’attrice e produttrice americana, volto impegnato nelle campagne per i diritti civili, ha fondato nel 2010 Spin, il nuovo il tempio del tennistavolo (foto a sinistra). Si tratta del primo ping pong social club, una catena di sale da gioco a metà strada tra bar-restaurant e area sportiva, che ha aperto i battenti a New York, Toronto, Chicago e Los Angeles. E chissà se un giorno sbarcherà anche in Europa. Intervistata dal magazine People in merito alla sua passione d’affari e sportiva, l’attrice premio Oscar per Dead Man Walking ha affermato che non è l’unica celebrità del grande schermo innamorata degli scambi veloci, perché nella squadra dei fan praticanti ci sono anche George Clooney ed Edward Norton. Altri vip che vanno matti per il ping pong sono Barack Obama, sua moglie Michelle, Nicolas Sarkozy, David Cameron e Bill Gates. Inoltre la Sarandon ha girato un film a tema su questo sport che si chiama Ping Pong Summer , dove interpreta il ruolo di un’allenatrice di tennistavolo negli anni '80.
Non solo star, però, anche la new economy è vittima della ping pong addiction. Il tennistavolo è una presenza ormai fissa nelle aziende della Silicon Valley – Google ha aperto la strada degli uffici di nuova generazione – tanto che ormai esistono aziende produttrici specializzate solo nella fornitura di prodotti alle compagnie hi tech. Il mercato, tuttavia, è altalenante, tanto che l’andamento degli ordinativi di tavoli da ping pong è considerato un termometro dell’economia delle start up: se cala la domanda, vuol dire che qualcosa non va. Perché «giocare a ping pong è considerato un diritto del lavoro sacrosanto», ha detto al Wall Street Journal Sunil Rajasekar, Chief Technology Officer di una start up di software di San Francisco (la Litium Technologies). «Al tavolo da ping pong cadono tutte le gerarchie», ha spiegato nello stesso articolo Joe Fahr, capo del marketing di Future Advisory e numero due del campionato di tennistavolo interno, una tradizione nel mondo delle start up. Altro che passatempo per inglesi annoiati.