Steve Williams, già caddie di Tiger Woods, e fino a pochi mesi fa di Adam Scott (con cui è ritratto in questa foto), è stato per anni lo sportivo neozelandese più pagato © Getty Images

Molti sono i termini e gli elementi che caratterizzano il golf. A partire dalla parola “green” (verde), per continuare con alcuni oggetti quali le scarpe con i chiodi indossate dai giocatori che, anche nell’immaginario collettivo, richiamano direttamente questo sport.

Un altro concetto peculiare è il riferimento all’eleganza che si riconosce sia allo swing che all’abbigliamento utilizzato per scendere in campo. Ma, su tutti, è uno l’elemento che da sempre e, forse per sempre, verrà associato al golf: il caddie. Una figura che definire multiforme è quanto mai appropriato e utile per affrancarla da come, al contrario, viene comunemente identificata.

Alzi la mano, infatti, chi non ha mai pensato che il caddie sia in realtà nulla più che quel personaggio che si occupa della sacca, portandola su e giù per il campo, pulendo i bastoni: insomma, l’uomo di fatica al servizio del giocatore. Nelle prossime righe scopriremo invece “l’importanza di essere caddie”… Una figura quasi introvabile nei club italiani, ancora presente nel mondo anglosassone e imprescindibile sul circuito professionistico.

NAVIGATORE O CONSIGLIERE? Difficile individuare in altre discipline sportive un ruolo così complesso, fondamentale, multiforme, ricercato e nel contempo sottovalutato quale è quello del caddie. Qualcosa di simile è forse rintracciabile nel navigatore per il pilota di rally.

Non sarà sfuggita a chi ha avuto l’occasione di seguire da vicino un professionista in gara, ma anche un torneo in televisione, la continua reciproca consultazione da parte del giocatore e del caddie di taccuini più o meno grandi prima, ma anche dopo, l’esecuzione di un colpo (una pratica simile a quella di chi legge, appunto, le note per il pilota alla prese con i tornanti di una prova speciale).

Per certi aspetti, è forse più corretto associare questa figura a quella che, in ambito business o politico, incarna chi, senza apparire direttamente, si affianca quale consigliere al personaggio che ricopre una funzione di rilievo. E sì, perché se è vero che, di fatto, il caddie è colui che si occupa di portare la sacca da golf, in realtà il contributo che può fornire al giocatore va molto al di là del puro scarico della fatica fisica.

Non solo deve sapere tutto del percorso e su come giocarlo nelle diverse condizioni atmosferiche, ma deve conoscere il più possibile del professionista di cui porta la sacca, della sua attitudine nell’affrontare le situazioni positive o di difficoltà, di come sia in grado di gestire la pressione psicologica.

Il caddie partecipa alle scelte di gioco, contribuisce alle decisioni strategiche e alla selezione del bastone da utilizzare. E deve saper trovare le parole per recuperare il morale nei momenti di difficoltà o per controllare l’eccessiva euforia. Deve saper capire, nel momento di tensione, ciò che il giocatore non riesce a cogliere, trovando la giusta sensibilità o il coraggio di esprimerlo. Come, a volte, è altrettanto fondamentale sapere quando è il caso di… non dire nulla! Ecco perché quanto più è forte la simbiosi che si instaura tra le due figure tanto più migliorerà la performance.

QUESTIONE DI FEELING Sono molti gli aneddoti riportati dai campioni, come dagli stessi caddie, sull’importanza di avere un buon feeling affinché si possa arrivare al risultato. Non a caso, pensando ad alcuni dei personaggi che hanno fatto e fanno la storia di questo sport, si scopre che il “portabastoni” è rimasto a lungo sulla stessa sacca. A conferma che, una volta trovato quello giusto, non ce ne si vuole privare. Ma sono abbastanza rari i casi in cui questo avviene.

È noto, infatti, quanto la fiducia in ciò che si sta per fare sia fondamentale. Si pensi, ora, di fronte a un colpo delicato o decisivo, l’effetto che può suscitare il caddie che ponga un bastone diverso da quello che il giocatore aveva in mente di utilizzare: convinzione nelle capacità o l’opposto? Con evidenti conseguenze sul morale del giocatore che si accinge al colpo decisivo.

Sono così molti i casi in cui, proprio a seguito di una scelta di bastone ritenuta scorretta da parte del giocatore (e relativo errore), il caddie non si è più trovato sulla sacca di quel pro. Si era, infatti, rotto il fine rapporto di fiducia fondamentale per proseguire insieme.

Per comprendere la delicatezza di questo ruolo, può essere utile provare, almeno una volta, a fare da caddie a un amico in una gara: sarà un’esperienza molto istruttiva, anche per il proprio futuro golfistico, per cogliere attraverso la relazione con l’altra persona nelle 18 buche, in modo diverso rispetto a quando si gioca, tutte le sfaccettature psicologiche che questo sport contiene ed esprime.

Scoprirete quanta soddisfazione si può trarre dall’aver dato il giusto consiglio o essere stati capaci di dire la cosa giusta (o di tacere…) per recuperare una situazione difficile. Non a caso, molti campioni tra i più forti e amati come Severiano Ballesteros, Costantino Rocca, Graeme Mc Dowell, hanno posto le basi della loro carriera proprio iniziando a calcare i green come caddie.

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MOLTI CAMPIONI,

COME COSTANTINO ROCCA

E GRAEME MC DOWELL

HANNO INIZIATO

A CALCARE IL GREEN

CON LA SACCA IN MANO

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NON SOLO CADDIE Agli albori della storia del moderno golf, la figura principale era quella del keeper of the green , il responsabile della manutenzione e gestione di tutto il percorso (che fungeva anche da “club maker”, si occupava cioè anche della produzione dei bastoni da golf), che aveva alla sue dipendenze sia i professionisti (del gioco) che i caddie a disposizione dei soci per il trasporto dei bastoni (il concetto di “portabastoni” era in quei giorni particolarmente calzante, non essendoci ancora a disposizione le sacche, introdotte verso la fine dell’800).

Altro aspetto che aveva un effetto diretto sull’organizzazione delle partite era il costo delle palline. Trattandosi di oggetti di complessa e onerosa costruzione, risultava importante evitare di perderle e di provocarne un veloce deterioramento, ad esempio lasciandole sostare a lungo, dopo il colpo, in aree molto umide.

Nasce così, anche la figura del “fore caddie” che anticipava il gruppo di giocatori per individuare dove le palline andassero (si narra che “fore=avanti” fosse proprio il grido lanciato verso il caddie che precedeva per avvisarlo che una pallina stava per colpirlo; il solo “fore” rimane oggi come avviso di una pallina tirata fuori linea).

I caddie, spesso ragazzi senza altro impiego, grazie alla costante vicinanza ai giocatori acquisivano facilmente la capacità di gioco e, a volte, chi esprimeva le migliori attitudini vedeva trasformare la propria attività da portabastoni a giocatore professionista, assunto dal keeper of the green.

Lo sviluppo e il successo del golf hanno accresciuto nel tempo la richiesta e il numero di caddie in grado, oltre che di portare i bastoni, di fornire i giusti consigli per il gioco e di leggere le pendenze sui green: nasce così la figura del “caddie master”, alle dipendenze del circolo, incaricato e responsabile della gestione dei caddie e della loro assegnazione ai giocatori.

MA CONVIENE? Se, come detto, nell’immaginario collettivo, il caddie è visto come un ruolo per alcuni versi addirittura negletto, al limite dello sfruttamento, nella realtà del mondo professionistico del golf la situazione è decisamente diversa. Spiegato il ruolo fondamentale che questo personaggio svolge nei confronti del giocatore, si comprende come per chi raggiunga il circuito dei pro le opportunità, anche dal punto di vista economico, possano risultare decisamente interessanti.

Al punto che alcuni caddie, in realtà anche ottimi golfisti, optino per la carriera da caddie piuttosto che per quella da giocatore professionista che potrebbero intraprendere. Oppure, in altri casi, che ex giocatori pro, divenuti caddie, si ritrovino con guadagni nettamente superiori in questa seconda veste.

Tanto per citare uno dei casi più famosi, Steve Williams, già caddie di Tiger Woods e fino ad alcuni mesi fa di Adam Scott è stato per alcuni anni lo sportivo neozelandese più pagato. Il modo con cui questi professionisti vengono remunerati può essere definito, nella maggior parte dei casi, un sistema con “fisso + variabile” in cui la parte fissa si aggira intorno a circa mille dollari a settimana, mentre quella variabile può raggiungere valori decisamente ingenti, essendo una percentuale sui premi vinti dai giocatori di cui portano la sacca: in linea generale, il 5% per piazzamenti oltre il decimo, il 7% se la posizione è entro il 10°, il 10/15% per le vittorie.

Anche se bisogna considerare che per seguire i giocatori in giro per il mondo le spese “logistiche” non sono sicuramente trascurabili e che tutto dipende dal rendimento dei giocatori, per i caddie dei professionisti top del mondo le prospettive sono tutt’altro che cattive e la possibilità di introiti di alcune centinaia di migliaia di dollari all’anno molto concreta.

In Usa (e nel mondo anglosassone in generale) poi, in considerazione della dimensione del mercato golfistico (circa 35 milioni di giocatori) e della presenza di resort di altissimo livello, l’opportunità di continuare la professione anche una volta conclusa la carriera sul Tour professionistico è un’opzione molto reale e con una remunerazione di ottimo livello. Nonostante l’avvento di carrelli elettrici e cart, la professione di caddie in alcuni Paesi può essere decisamente attraente e il numero di persone che ci si dedica è in aumento.