Polo © Getty Images

Il polo è il gioco di squadra più antico del mondo. Lo hanno praticato fin dalla notte dei tempi i guerrieri nomadi, e si è diffuso con le cavalcate dei popoli conquistatori (arabi, ottomani, mongoli) in tutta l’Asia, dall’India alla Cina fino al Giappone. Lasciando tracce ovunque, tranne che nel mondo greco e romano. Si racconta che Alessandro Magno rispose sdegnato all’offerta di tregua del sovrano dei persiani, Ciro il Grande, da consumarsi in un match distensivo di polo, con una metafora sprezzante del gioco: «Io sono la stecca e la terra è la palla». E guerra fu. Per le truppe britanniche di stanza nel subcontinente indiano, il polo era l’addestramento principe dei reggimenti degli Ussari, la cavalleria leggera dell’Impero. Tanto si appassionarono gli inglesi che importarono il gioco in madrepatria e lo esportarono anche in Argentina e negli Stati Uniti. Per molti, è il gioco elitario per eccellenza, destinato a nobili e milionari, per tutti coloro che possono permettersi un cambio di quattro cavalli per match e di fare pratica nei verdi campi delle proprie tenute. Lo stilista Ralph Lauren ha adottato come simbolo del suo marchio un giocatore di polo a cavallo, così come La Martina, brand argentino di abbigliamento sportivo (che equipaggia oltre alla propria anche la nazionale inglese), ha in effige due giocatori in sella. E questa idea di sport per pochi è a tal punto consolidata che le speranze di rientrare tra le discipline dei giochi olimpici per l’edizione del 2020 (Tokyo) sono ridotte al lumicino. Eppure questo antico sport è praticato da più di 50 milioni di persone in circa 80 paesi. E continua a raccontare nelle sue corse a rotta di collo e nei colpi secchi delle stecche di legno, simili a sciabolate, una fetta di storia dell’umanità.

UOMINI D’IMPRESA A CAVALLO

Tra i vip più appassionati per il gioco del polo c’è senza dubbio Alfio Marchini. L’imprenditore romano, candidato come indipendente a sindaco della Capitale all’ultima tornata elettorale, ha giocato per anni a livello agonistico nella squadra di Loro Piana ed è stato convocato nella Nazionale italiana, vestendo la maglia di capitano. Ma non è l’unico uomo d’impresa a cimentarsi con questo sport. Anzi, per anni tanti super manager e industriali, hanno guidato (e sborsato fior di quattrini, in media solo un cavallo da competizione vale circa 100 mila dollari) squadre anche molto competitive. È il caso di Richard Britten-Long, ex gestore inglese di grandi fondi immobiliari, ora a capo del Cirecester Park Polo Club, o del businessman emiratino Ali Albwardy, patron del Dubai Polo Team, ma anche di Edouard Carmignac, a capo dell’omonima società di investimenti, del banchiere venezuelano Victor Vargas, del finanziere svizzero Urs Schwarzenbach (Interexchange) e di Jérôme Wirth, fondatore della internet company Beweb.

Prima disciplina globale

Il polo è un gioco per tutti. Prima disciplina globalizzata, pausa tra scorribande belliche e punto di contatto della storia tra i popoli, nelle sue cavalcate nel corso dei millenni, ha imparato qualcosa da ogni nazione che ha incontrato. Le regole sono (in apparenza) semplici: due formazioni composte da quattro giocatori si affrontano in sella a cavalli e muniti di stecche di bambù con l’obiettivo di mandare una palla di legno attraverso due pali. Vince la squadra che segna più punti. Grossomodo, assomiglia ancora oggi alle caotiche partite amatoriali nella polvere delle steppe dell’Asia centrale in cui se le davano di santa ragione le unità di cavalleria persiane e turcomanne. Ma basta andare a fondo dell’etimologia nel grande dizionario del polo per farsi raccontare una storia millenaria, di conquiste ed esplorazioni. Intanto la parola “polo” deriva dal tibetano “pulu”, per indicare un oggetto sferico, come la palla da gioco. La partita è divisa in tempi detti chukker (di circa sette minuti), in cui i giocatori cambiano il cavallo, per guidare in sella forze fresche e riposate. Chukker deriva dall’hindi “chakar”, mutuata dal sanscrito “chakra” (circolo, ruota), termine assai noto ai cultori dello yoga e delle filosofie indiane, che ben si addice al lungo viaggio di questo gioco. Una delle regole più famose - di origine militare - è quella della “Linea della Palla”, una linea immaginaria che va dalla stecca che ha colpito, alla posizione della palla; questa linea è tracciata con lo scopo di far avvicinare il giocatore alla palla in sicurezza. Si può notare, infatti, che il movimento della stecca per colpire la palla, dall’alto verso il basso, è analogo al fendente che si vibra con una sciabola da cavalleria.

 

Podio sudamericano

I migliori giocatori si trovano in Argentina, diventata nell’ultimo secolo la depositaria della tradizione della disciplina equestre. Tanto che il Paese è il maggior detentore di titoli (ben tre) della Coppa del mondo. Ma che c’entra il polo, gioco persiano diventato inglese dopo un lungo apprendistato in India, con la terra che ha dato, e continua a farlo, i natali ai funamboli del calcio e agli scrittori dalla penna sofisticata come Borges o Soriano? Lo spiega Celia Alfie, Business Development Manager di Argentina Polo Day, la grande attrazione delle Pampas, a Pilar, a 40 minuti da Buenos Aires, dove ogni anno oltre 3 mila turisti e sportivi vengono da tutto il mondo per imparare (anche per un solo giorno di pratica, divertendosi a cavallo e poi tutti davanti a un fumante asado di carne) o a perfezionare i rudimenti del mestiere del perfetto jugador. «I grandi commerci britannici con l’Argentina e le migrazioni», afferma Alfie, «hanno portato il gioco fino al cono Sud del continente americano. E qui, nelle ampie pianure fertili delle pampas, il polo ha trovato la sua casa. Gli argentini usavano montare cavalli criollos, molto agili e facili da comandare. Questa razza è stata poi incrociata con specie da corsa dando origine al “polo argentino”, l’animale più ammirato e richiesto dagli appassionati». Secondo Alfie, il polo non è un gioco così elitario e complesso come molti lo dipingono. Così nasce Argentina Polo Day, per mostrare ai turisti che in un solo giorno si può imparare a giocare e soprattutto ad appassionarsi. «Diventare professionisti è un’altra cosa, ovviamente. Ma basta sapere cavalcare un poco e in un paio di lezioni si può cominciare a giocare». Anche un bel numero di professionisti vengono nella pampa ad allenarsi. Il caso più noto è quello di Jean François Decaux, figlio del patron di JC Decaux (Jean Claude), proprietario di una delle estancia più belle d’Argentina, La Bamba de Areco, in uno degli ultimi pueblos (San Antonio de Areco) dove ancora vivono i gauchos. A La Bamba de Areco, aperta come agriturismo di lusso per i turisti, per rilassarsi come per fare pratica, si allena infatti la sua squadra, tra le più forti al mondo.

IN ITALIA
Lo scorso settembre, presso la Caserma Santa Barbara, si è tenuto il primo torneo meneghino, l’Audi Gold Cup: in campo tanti argentini, ma anche diversi italiani. Nel nostro Paese sono attive una quindicina di squadre, iscritte alla Fise, la Federazione italiana sport equestri. I polo club non sono molti, considerati i costi e le dimensioni delle strutture necessarie per ospitare i match. Tuttavia, l’Italia del polo va forte; agli ultimi campionati del mondo la Nazionale è arrivata terza, dietro ad Argentina e Brasile. La nostra squadra più forte, vincitrice del campionato italiano, è quella dell’Argentario, gli Avengers. Il club più antico, fondato negli anni ‘30, è il Roma Polo Club: qui si sono disputate le Selezioni europee per i Campionati mondiali di Melbourne (2000) e i Campionati europei 2002.

L’aspirazione ai cinque cerchi

Il primo ‘900 è stato il periodo d’oro del polo. Il Meadowbrook Polo Club di New York si riempiva anche di 40 mila persone per assistere alle sfide tra le squadre inglesi e americane. E non c’era divo di Hollywood che non provasse a salire in sella per cimentarsi; Walt Disney, giocatore appassionato, gli dedicò anche un cartone animato, Mickey’s Polo Team . Nel 1935 negli Usa si contavano 65 squadre e 2.500 giocatori professionisti. È in questo periodo che il polo diventa disciplina olimpica per essere poi declassato nel dopoguerra, uscendo dalle competizioni a cinque cerchi. Non ci sono spiegazioni ufficia-i e da allora le associazioni si battono per tornare sul campo. Secondo David Woodd, Chief Executive della Hurlingham Polo Association, una delle ragioni dell’attuale esclusione «è che il Cio non intende aumentare le competizioni che vedono coinvolti anche gli animali». Per il 2016, in Brasile, dove il polo ha una lunga tradizione, il gioco non è stato ammesso, al contrario di rugby e golf. L’obiettivo è trovare spazio a Tokyo 2020. «Sarà molto difficile», ammette Wood. Un ostacolo è anche stabilire handicap (l’unità di misura che stabilisce l’abilità di un giocatore, ndr.) adeguati. I tornei di polo utilizzano un sistema di accesso basato sul ranking dei giocatori e solo poche squadre, come l’Argentina (a quota 40, il massimo assoluto), dispongono di team con handicap di livello. Abbassandoli, come già accade per la Coppa del mondo, si impedisce ai migliori atleti di partecipare. In attesa di una decisione del Cio, il 2014 è comunque ricco di appuntamenti per gli appa-sionati. Oltre ai giochi equestri di Deauville in Francia, e i campionati europei di Chantilly, Roma ospiterà, il 24 settembre, il Fip Ambassador’s Cup Roma Polo. Che la partita abbia inizio.

DATE & DATI
600 a. C. Il primo match (documentato) di polo della storia: i turcomanni sconfiggono i persiani in un incontro pubblico
700-1300 Con le loro conquiste, persiani, arabi e ottomani diffondono il gioco in Asia
1580 Nell’antica città di Isfahan nasce uno dei primi campi di gioco del polo. Oggi lo stadio è un parco pubblico
1600 Akbar il Grande, terzo Moghul dell’India,lo decreta gioco nazionale
1800 Dall’India alla Gran Bretagna. Il capitano John Watson, del 13esimo reggimento degli Ussari, codifica per la prima volta le regole di questo gioco asiatico che appassiona le truppe inglesi di stanza nel Subcontinente
1863 Nasce il Calcutta Polo Club, il più antico del mondo, ancora oggi attivo e tra i più prestigiosi
1874 Il numero di giocatori per squadra viene limitato a cinque. Nasce la regola del fuorigioco
1879 In Argentina, all’Estancia El Negrete, si disputa il primo match ufficiale. Il gioco è stato importato da rancheros irlandesi e inglesi
1800 Dall’India alla Gran Bretagna. Il capitano John Watson, del 13esimo reggimento degli Ussari, codifica per la prima volta le regole di questo gioco asiatico che appassiona le truppe inglesi di stanza nel Subcontinente
1874 Il numero di giocatori per squadra viene limitato a cinque. Nasce la regola del fuorigioco
1879 In Argentina, all’Estancia El Negrete, si disputa il primo match ufficiale. Il gioco è stato importato da rancheros irlandesi e inglesi