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Prima regola del biliardo: non chiamatelo mai “gioco”. Il biliardo è uno sport, una filosofia, una passione, una disciplina, un modo di vivere, una cultura. Una malattia, al massimo. Ma se mettete il muso in una delle circa 600 sale biliardo che in Italia sono sopravvissute all’invasione di baretti con bancone ridotto, due tavolini e quattro slot machines (alcune rimaste fascinosamente anni ‘70, mogani, tappeti verdi e lampade basse – sembra quasi che, girandoti, tu possa incrociare lo sguardo di Giorgio Gaber e del Riccardo della sua canzone, quello che “da solo gioca a biliardo” – altre moderne e superclimatizzate, che propongono il pacchetto happy hour a 10 euro, due consumazioni e un’ora di tavolo a disposizione), e vi capita di far due chiacchiere con una persona che maneggia una stecca, ecco, mettete da parte la parola “gioco”. Seconda regola del biliardo, non entrate mai in una delle suddette sale, e dite magari ad alta voce che volete «giocare a biliardo». Nel migliore dei casi, vi sorrideranno con sufficienza. Altrimenti, vi accompagneranno gentilmente alla porta. Perché “il biliardo” tecnicamente non esiste, ma esiste una galassia di discipline che hanno la stessa origine – francese, dice la leggenda più accreditata – ma che oggi sono realtà a sé: c’è il cinque birilli con tutte le sue varianti, specialità italiana per eccellenza, ci sono le boccette, c’è il pool, sfacciatamente americano, quello con le 19 bilie numerate che hanno reso celebre lo “spaccone” Paul Newman, c’è la carambola, gli inglesi sono imbattibili allo snooker mentre i russi giocano alla piramide russa.

TRA STORIA E LEGGENDA
È una polemica che si trascina fin dal Settecento, da quando cioè il biliardo ha cominciato a diffondersi in Europa come passatempo di principi e signori. Chi l’ha inventato? A contendersi l’origine Francia e Inghilterra, naturalmente. E qui si apre il giallo. Perché se secondo gli storici il tavolo con panno verde è nato alla corte francese di Luigi XIV, perché il sovrano voleva giocare a croquet anche d’inverno, ma senza sporcarsi, le etimologie del nome portano invece decisamente dall’altra parte della Manica. Un filone di appassionati fa risalire il nome a Bill Hart, falegname londinese inventore del tavolo, e quindi del gioco. Una seconda versione vede l’origine nelle parole “ball”, palla, e “yard”, bastone, ovvero palla giocata col bastone. E i francesi che dicono? Per loro c’entra sì lo “yard”, ma inteso come il metro di legno che i sarti parigini usavano, all’occorrenza, per tirare due colpi alle boccette...

IL BILIARDO NON ESISTE
«Dire “il biliardo” è come dire “la palla”. Non si gioca a palla, ma si gioca a calcio, basket, pallamano, pallavolo...», spiega, con grande pazienza, Claudio Bono, vicepresidente della Fibis, la Federazione italiana biliardo sportivo, che con i suoi quasi mille club affiliati e 28.672 tesserati è il cuore pulsante di questo sport. «Certo, ai profani sembra tutta la stessa cosa, ma non è così. Un campione di cinque birilli difficilmente può sperare di affermarsi nel pool, per dire: sarebbe come pretendere che Usain Bolt facesse il record dei 100 metri, e poi vincesse anche la gara di 10 mila». Differenze di gioco, di regole, di impostazione, «che hanno una radice culturale, perché il biliardo è un fatto di cultura». Cultura che differisce da popolo a popolo (nell’Ottocento i governatori delle colonie britanniche si insediavano nei loro palazzi nelle provincie dell’Impero solo quando era stata allestita la sala del biliardo, dice la storia), ma anche cultura in senso stretto. «Una partita di biliardo è un concentrato di matematica e fisica applicata: il tavolo è rigorosamente un quadrato per due quadrati che si presta a infinite combinazioni di traiettoria rettilinea o a effetto; ogni mossa è trigonometria applicata, i nostri istruttori sono spesso chiamati dai ricercatori dei vari Politecnici per fare esperimenti e calcoli, per esempio sul rotolamento della bilia a bassissimo attrito, che è quello che avviene sui panni dei biliardi ogni giorno...». Tra gli aforismi sullo sport, non per niente il più celebre è quello di Isaac Newton, scopritore del perché i pianeti come bilie ruotano uno intorno all’altro nello spazio e – pare – discreto giocatore di snooker: «Se vuoi comprendere il cosmo, devi almeno saper giocare a biliardo». Non fantascienza, ma realtà. Tanto che dallo scorso anno scolastico la Fibis ha lanciato una grande attività di promozione del biliardo, portandolo nelle scuole. «È fondamentale riavvicinare i ragazzi a questo sport, che è un utilissimo allenamento per la mente, perché al biliardo si gioca soprattutto con la testa, ma anche per il corpo: insegna il coordinamento, la postura e l’equilibrio, oltre che il rispetto dell’avversario, la sfida intelligente e senza scontro fisico, impari a tenere sotto controllo lo stato di tensione». In una decina di scuole italiane questa sperimentazione è stata avviata con successo e “l’ora di biliardo” è diventato utile approfondimento tanto dell’ora di educazione fisica tanto di quella di matematica, «e di sicuro è molto più divertente», chiosa Bono.

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UN PEZZO DI MADE IN ITALY
Ma, nonostante «gli anni d’oro, dal ‘70 al ‘90, quelli delle migliaia di sale sparse in tutti i comuni» siano ormai alle spalle, oltre a un fatto culturale e a una “scuola di disciplina” il biliardo rappresenta anche un business nel quale il fiuto dell’Italia per il bello si gioca ottime carte. Perché il biliardo, inteso questa volta come “tavolo”, è artigianato di alta qualità allo stato puro. Per la precisione tecnologica e la qualità dei materiali: piano rigorosamente d’ardesia italiana, panni dal Belgio o dalla Spagna, legni di pregio. E soprattutto pezzi unici, perché la produzione in serie non esiste. «Ogni nostro tavolo è iniziato e finito dallo stesso maestro biliardiere, tutto a mano, ogni pezzo insomma è unico e irripetibile», spiega Walter Monari, responsabile della Hermelin, che dal 1825 produce il top dei biliardi made in Italy. L’azienda sforna oggi 50-70 biliardi all’anno («ai tempi d’oro eravamo a 250, 300) e fattura complessivamente intorno al milione e mezzo di euro. La progressiva chiusura delle sale da biliardo ha stroncato il business dei grandi numeri, quello della produzione per i locali pubblici (nel 2000, ultimo anno “censito”, in Italia si producevano all’anno 1.300 tavoli; oggi siamo a 300-400, e sono rimaste una quindicina di aziende attive, a ranghi molto ridotti).

LA SFIDA OBAMA-PUTIN
Il clima è tornato teso tra Stati Uniti e Russia, dopo la decisione di quest’ultima di concedere asilo, almeno temporaneo, a Edward Snowden, noto come l’agente del Datagate. Tanto è vero che è stato annullato il summit tra Barack Obama e Vladimir Putin previsto per settembre a Mosca. Sarebbe stato interessante se i due leader avessero trovato un punto d’incontro nella loro passione per il biliardo. I colpi di stecca decisi al tavolo pool (specialità, 15 palle) e quella linguetta tra i denti per prendere la mira in una sala biliardo qualsiasi della Pennsylvania, mandati in onda dalla Cnn nel pieno della scorsa campagna elettorale, hanno infatti rivelato al mondo un aspetto inedito di Obama, tanto che i commentatori in studio hanno esclamato «Hey guys, forget bowling!». E sembra che anche il presidente russo Putin, oltre al judo, al paracadutismo e ad altri sport estremi, sia imbattibile pure sul tavolo verde. E nel suo piccolo anche l’Italia vanta un leader appassionato: l’ex presidente Ciampi, gran giocatore da giovane, che ha mantenuto il “vizietto” anche una volta salito negli alti palazzi della politica.

C’è tanto usato che gira, il mercato del nuovo è quasi esclusivamente quello dei privati, e per più del 90% è export. Russia, Paesi del Golfo Persico, Cina e Sudest asiatico, ma anche tanto tra le nuove élite africane. «Ci sono molti appassionati, certo, ma soprattutto è uno status symbol. Nell’arredo il made in Italy nel mondo è considerato il top, e noi siamo la ciliegina sulla torta di un’abitazione arredata secondo il gusto italiano», conferma Monari, che tanto per far capire qual è il livello di mercato di cui sta parlando si lascia sfuggire i nomi di alcuni tra i suoi clienti, come Vladimir Putin, Silvio Berlusconi, il presidente ucraino Viktor Janukovyc e «diversi calciatori», ma di più non scuce («sa com’è, questi personaggi, la privacy...»). Gioiellini personalizzati secondo i desideri dei clienti e dei loro studi d’architettura («c’è chi ci manda una foto e dice: lo voglio così») che partono dai 10 ma possono arrivare ai 50 mila euro per chi richiede, per esempio, decorazioni in foglia d’oro o gambe in ottone.

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Ma si tratta di fortunati eccessi. Sbagliato infatti pensare al biliardo come a un gioco (pardon, uno sport) per emiri e oligarchi. Il mercato dell’usato è molto fiorente e consigliato: con 4-5 mila euro ci si può assicurare un buon tavolo usato e rimesso a nuovo: «Insomma», tira le somme Monari, «chi ha la passione della moto, probabilmente, spende molto di più». Senza considerare il fatto - e questa è una sorta di harakiri per l’industria biliardiera, ma tant’è - che un biliardo ben fatto e con la dovuta manutenzione (non bisogna dimenticarsi di cambiare il panno, curare le sponde, etc...) dura cento anni. «Se compri oggi un biliardo, lo conservi a regola d’arte, e lo rivendi tra vent’anni, anche considerando l’inflazione e altri fattori di svalutazione, come minimo di sicuro non ci rimetti», assicura Monari. Unico problema, lo spazio. Il biliardo è bello, costa relativamente poco, dura tanto, ma occupa un sacco di spazio: occorre una stanza di almeno 30 mq. Non è necessaria insomma la dacia di Putin o la villa di Arcore, ma nei trilocali con cucina a vista di oggi, di sicuro, farci stare un biliardo sarebbe piuttosto complicato...

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Partita da Oscar
Sul grande schermo, il giocatore per eccellenza è stato Paul Newman, alias “Eddy lo svelto”, Lo spaccone occhi di ghiaccio e colpi infallibili (1961, regia di Robert Rossen) con cui Newman vinse il suo primo Oscar. Eddy/Newman torna, più saggio e invecchiato, nel 1986 in Il colore dei soldi (regia di Martin Scorsese), dove farà la parte del mentore di un giovane nuovo spaccone, Tom Cruise. In Italia, ad aver portato al cinema il biliardo è stato Francesco Nuti, grande appassionato di panno verde anche nella vita, con la trilogia Io, Chiara e lo Scuro (1982), Casablanca Casablanca (‘85) e Il signor Quindicipalle (‘98), dove Nuti è “Il Toscano” che sfida l’enigmatico “Scuro”, il campione (vero) Marcello Lotti. E poi c’è il ragionier Fantozzi e l’epica sfida nella villa del megadirettore duca conte Catellani (scena culto, quanto Fantozzi mangia il gessetto...)