Olimpia Milano: quelle magiche Scarpette rosse

ALTA QUOTA. Sfida ad altezze siderali tra Milan Macvan (in maglia Olimpia) e Riccardo Cervi di Avellino nel match giocato al Forum di Assago a fine gennaio: è stata la prima sconfitta casalinga per l’EA7 dopo 41 successi interni di fila (© Getty Images)

Una volta, a Milano, per respirare aria d’America, bastava mettersi ai lati di un campo in terra battu­ta e guardare tiri e palleg­gi. Attorno a quel rettangolo di gioco al­l’aperto, incastonato nella giungla d’asfal­to di via George Washington, arrivavano a frotte i ragazzini per vedere andare a ca­nestro i cestisti in erba della Dopolavoro Borletti. Era il 1930. E la federazione inter­nazionale basket neppure esisteva (sareb­be nata due anni più tardi).

Dalla polvere alle passerelle 

Basket

1930
I primi a indossare la maglia granata sono gli impiegati della Dopolavoro Borletti, la squadra aziendale della ditta di orologi e meccanica di precisione Fratelli Borletti

1936
Nascita ufficiale della Pallacanestro Olimpia Milano

1936/1939
Vince quattro scudetti consecutivi

1947
Fusione con la Pallacanestro Como, l’ex Triestina Milano di Adolfo Bogoncelli

1955 Arrivano gli stranieri. Il primo in assoluto è il greco Dimitris “Mimis” Stefanidis

1956 Arriva come sponsor di maglia il marchio Simmenthal

1 aprile 1966
L’Olimpia conquista la prima Coppa dei Campioni nella storia della pallacanestro italiana

1978/1987
Con Dan Peterson l’Olimpia è campione d’Italia quattro volte e vince il Grand Slam

1980
La famiglia Gabetti subentra nella proprietà

1999/2008
Dopo i cinque anni dell’era Stefanel, girandola di proprietà da Pasquale Caputo a Sergio Tacchini fino a Giorgio Corbelli

2008
Inizia l’epoca di Giorgio Armani. Nel 2014 conquista il 26esimo scudetto

Quel formidabile gioco di squadra inven­tato in Massachusetts nel 1892 dal profes­sore di educazione fisica James Naismith, importato in Italia nei primi anni del seco­lo, aveva conquistato gli appassionati diri­genti della ditta Fratelli Borletti, orologi e meccanica di precisione, che decisero di formare una squadra di impiegati. Collet­ti bianchi in maglia granata, niente di più. L’odore di parquet e di spogliatoio, e il luc­cichio delle coppe, sarebbero arrivati solo qualche anno dopo. Eppure in quel cam­petto polveroso, americano anche nell’indirizzo, si stava allenando la futura Signo­ra del basket italiano, quella che sarebbe poi stata definita la “24esima” squadra del Nba a stelle e strisce: 26 scudetti, quattro coppe Italia, tre Euroleghe, tre coppe delle Coppe, due coppe Korac e un trofeo Inter­continentale brillano nella sua bacheca. Stiamo parlando, ovviamente, dell’Olim­pia Milano che quest’anno spegne le pri­me 80 candeline. Anche se a conti fatti i compleanni sarebbero 86, ma la nascita ufficiale delle “Scarpette rosse” viene fat­ta risalire al 1936, quando il Borletti inizia a divorare scudetti – quattro titoli conqui­stati di fila – e il futuro patron Adolfo Bo­goncelli muove i suoi primi passi alla gui­da dei rivali della Triestina Milano.

GLI AMERICANI
A bordo di quel campo già saltava e stre­pitava Sandro Gamba, il dieci volte cam­pione con la maglia dell’Olimpia (dal 1950 al 1963), e poi tutta una vita a urlare dalle panchine come allenatore di Torino, Varese, Cantù e infine su quella della Na­zionale. Era una ragazzino Sandro Gam­ba quando assaporava quella pallacane­stro tutta polvere e sudore. E poi l’Ameri­ca arrivò davvero in quell’angolo di Mila­no. Nel primo Dopoguerra, agosto 1945, la squadra della quinta armata Usa gio­cò contro il Borletti. Così Sandro Gamba ha ricordato nel libro di Sandro Pugliese, Olimpia - Un sogno sul parquet , quella data imprescindibile nella sua educazio­ne sentimentale al basket: «Gli america­ni con una sgargiante divisa rossa, i nostri con maglie prebelliche piene di rammen­di. Ammirazione per gli alleati, commo­zione per i nostri. Seguendo la partita so­gnai di giocare un giorno con quelle ma­glie rosso infuocato».

IL MITO BOGONCELLI
Nei maggiori momenti di gloria, come ac­cennato, l’Olimpia Milano è stata defini­ta la “24esima squadra dell’Nba”. Il desti­no di Milano, come abbiamo visto, si in­treccia con la madre patria sin dagli esor­di fino alla cocente sconfitta con i mili­tari Usa. Ma quel filo non si interrompe lì. Sono i primi anni Cinquanta quando il presidente Adolfo Bogoncelli ordina dagli Stati Uniti delle scarpette di tela, che fece poi replicare in Italia in 500 paia. Da qui l’origine del mito delle “Scarpette rosse”. Accanto allo stile d’Oltreoceano, però, il mito dell’Olimpia affonda le sue radici nella campagna trevigiana, terra d’origine di Bogoncelli. Nel 1936 aveva fondato la Triestina Milano, una squadra dal nome che pare un’autostrada, ma così chiama­ta perché composta da ben otto atleti giu­liani. I soldi finirono in fretta e Bogoncel­li trasferì i suoi in quel di Como. Nel 1947 la storia fa il suo giro più affascinante: il vecchio rivale acquista la Borletti, ormai in crisi, e si lancia così nell’avventura del­ l’Olimpia Milano, che all’epoca tutti chiamavano Borolimpia. La parabola del su­per presidente è perciò talmente legata a quella delle maglie granata, che la stessa data di fondazione della squadra ha fini­to per coincidere con quella della Triesti­na Milano (1936), e non con quella del Borletti.

Bogoncelli è, infatti, l’uomo che ha lette­ralmente inventato il basket made in Italy. E lo ha fatto con geniali intuizioni. È sta­to il primo a portare sul parquet le spon­sorizzazioni sportive, con il marchio Sim­menthal stampato sulle magliette dei gio­catori per 17 anni. Poi ha creato il ruolo di allenatore-giocatore affidato al “Principe”, Cesare Rubini, quel campione che riuscì a vincere in due sport differenti: sia sotto canestro che in vasca come pallanuotista. E rimase sulla panchina dell’Olimpia per ben 32 anni. Bogoncelli è stato anche il manager che ha diffuso il verbo della pal­lacanestro in Italia con l’ingaggio del pri­mo straniero, il greco Stefanidis (1955) e il sorprendente invito agli Harlem Globe­trotters: un evento rimasto nella memo­ria degli appassionati. È sua l’idea di so­stituire le divise da gioco, passando dalle vecchie T-shirt alle canotte. Nel 1966 ar­riva l’intuizione forse più importante dal punto di vista sportivo: Bill Bradley rinun­cia all’Nba per prendere una seconda lau­rea a Oxford. Bogoncelli lo viene a sapere e lo ingaggia come “straniero di coppa”. È il tassello che manca: con “Dollar Bill” l’Olimpia vince la prima coppa Campio­ni battendo in finale lo Slavia Praga. L’ul­timo grande regalo alla sua squadra sarà ancora all’insegna dell’America: l’in­gaggio di Dan Peterson come allenatore. Al momento del ritiro di Bogoncelli dal basket, quando la famiglia Gabetti entre­rà nella proprietà nel 1980, l’Olimpia ha la bacheca dei trofei occupata da ben 19 scudetti. Di questi, 15 portano la firma del patron trevigiano.

Olimpia-Milano-Basket

STELLE SUL PARQUET. Da una palestra del Massachussetts, dove nacque il basket (1), al Forum di Assago per la super sfida contro i Boston Celtics (5, nella foto il capitano Alessandro Gentile contro Jared Sullinger): la storia dell’Olimpia è legata agli Usa grazie anche al ricordo di grandi campioni come Bill Bradley (6) e Mike D’Antoni (7). Tra i protagonisti italiani non si possono non citare Cesare Rubini, giocatore prima (4) e allenatore poi per 32 anni sotto la presidenza di Aldolfo Bogoncelli (3), e Dino Meneghin (2). Oggi Milano porta il nome di Giorgio Armani, patron e sponsor che ha condotto la squadra alla rinascita e allo scudetto del 2013/14 (8, con il premio Oscar Russell Crowe e l’attore inglese Dan Stevens a bordo parquet)

IL DREAM TEAM
La leggenda dice che l’azienda Simmen­thal avrebbe abbandonato come sponsor l’Olimpia per un “effetto collaterale” del successo nei palazzetti sportivi: pare che da una ricerca di mercato risultasse che la maggior parte degli italiana associava il nome Simmenthal alla pallacanestro e non alla carne in scatola. È il 1973 quan­do Bongoncelli riceve la brutta notizia. Si ricomincia con l’Innocenti, poi è il turno di Cinzano e di Billy. Ma è tempo di cam­biamenti. Cesare Rubini lascia la panchi­na dell’Olimpia. Se ne va anche Sandro Gamba, all’epoca suo assistente. Sembra il tramonto della squadra dei record. E, in­vece, è l’inizio di una nuova alba.
Nel 1978 prende il via il ciclo ma­gico del “Coach” per antonoma­sia, Dan Peterson, quello del­la famosa “Banda Bassotti” mi­lanese che nella prima stagione raggiunge la finale scudetto, per­sa poi contro la Virtus Bologna. La squadra rinasce attorno alle geometrie del playmaker Mike D’Antoni, ai tiri a caricamento laterale di Mike Sylvester e al gigante Charles Ku­pec. Ma ci sono i giovani a fare la diffe­renza, frutti di un vivaio che ha la sua più felice espressione in Vittorio Gallinari, pa­dre di Danilo, oggi stella dei Denver Nug­gets. Rimarrà in campo per undici anni, uno meno di D’Antoni. Nel 1982 arriva il primo scudetto, grazie nel frattempo anche all’arrivo di Dino Meneghin. Ed è un titolo che vale la doppia stella per il 20° campionato nazionale vinto. Dal 1982 al 1989 la squadra centra cinque scudetti su otto finali conquistate e mette in mostra gente come Bob McAdoo e Kenny Bar­low. Il 1987, l’ultimo anno di Peterson pri­ma del grande ritorno nel 2011, è anche il migliore: il Coach dell’Illinois agguanta il titolo europeo e realizza il Grand Slam con scudetto e Coppa Italia.

LA RINASCITA
Negli anni 90, l’Olimpia riparte, anco­ra una volta nella sua storia, dal Nordest. La nuova proprietà che subentra alla fa­miglia Gabetti è quella di Bepi Stefanel, il fondatore del noto marchio di abbiglia­mento che lascia Trieste portandosi dietro i suoi fenomeni (tra cui Boscia Tanjevic e Dejan Bodiroga). Sotto la sua presidenza Mike D’Antoni passa dal campo alla panchina e continua a vincere (nel 1995 arri­va il 25esimo scudetto). Dura cinque anni l’esperienza di Stefanel a Milano ed è l’ul­timo periodo di serenità prima di una lun­ga parentesi oscura. Il club passa di mano all’imprenditore italo-americano Pasqua­le Caputo, poi a Sergio Tacchini e anco­ra a Giorgio Corbelli. Sono stagioni diffici­li per la Signora del basket milanese. Nel campionato 2003/2004 non riesce nep­pure a qualificarsi per i playoff. La tifoseria è in subbuglio e fa sentire la sua voce con proteste nel cuore di Milano, come quella del 2 giugno a piazza Scala. La città rea­gisce. Si racconta che il sindaco Gabrie­le Albertini, la famiglia Moratti e Adria­no Galliani, a.d. del Milan ma tifosissimo dell’Olimpia, incomincino a tessere una tela di appoggi per fare entrare un gran­de imprenditore in società. Inizia così, at­traverso una sponsorizzazione, l’avventu­ra di Giorgio Armani. Con il marchio Ar­mani Jeans, pur sotto la presidenza Cor­belli, inizia una nuova era per il basket italiano. La prima stagione, 2004/2005, è esaltante anche se la finale scudetto è persa contro la Fortitudo Bologna. Quattro anni più tardi, l’Olimpia entra ufficial­mente a far parte del gruppo Armani. Bi­sogna però dire addio al talento di Danilo Gallinari, che cede alle lusinghe dei New York Knicks. Tuttavia la EA7 Emporio Ar­mani si ricostituisce con un quintetto base di fuoriclasse e trova una bandiera in un altro figlio d’arte, Alessandro Gentile. Nel­la stagione 2013/14, sotto la guida di Luca Banchi, la squadra vince 21 partite con­secutive in campionato e conquista il suo 26esimo scudetto. La Signora del basket è tornata. E dopo la delusione della passata stagione, ha più fame di vittorie che mai in Italia e nell’Eurocup.