Una Ford Fiesta Rs in azione nel rally di Sardegna 2015

Accendete i motori e preparatevi a sbandare: in Italia è tornata la voglia di rally. Agiudicare al contachilometri delle gare disputate nel 2015, la passione per le corse in derapata procede a una velocità che si non vedeva almeno da vent’anni. Solo l’anno scorso si è svolta una competizione ogni 2,5 giorni (148 in tutto) e sono saliti a bordo di berline di serie, auto sportive, modificate, vetture storiche o da competizione tout court circa 10 mila piloti. Per fare un confronto, nel 2013 le gare erano state 125 e per 8 mila persone al volante. Un bel balzo in avanti che racconta la nuova parabola ascendente di una disciplina automobilistica che faceva ruggire cuori e motori tra gli anni 70 e 80 per poi inabissarsi in un lento declino. Troppi incidenti, costi alti, mondo auto in frenata e crisi economica: queste le cause che hanno mandato fuori strada la grande giostra del rally.
Oggi tira un’altra aria. Intanto, secondo i conti fatti da Rally Slalom, il movimento rally italiano muove circa cento milioni di euro l’anno, un giro d’affari che comprende costi di iscrizione alle gare, allestimenti di auto (per il campionato dei professionisti si va da 100 fino a 500 mila euro) ai noleggi auto (15 mila). Poco, pochissimo se lo confrontiamo con il fatturato delle squadre di calcio di Serie A (2,3 miliardi) o al mondo ricchissimo della Formula 1, ma qui a bordo strada è tutta un’altra storia. Perché la fatica di trovare sponsor (e soprattutto i denari dei diritti Tv) è compensata dalla passione di piloti e navigatori, che spesso – quando non sono professionisti – investono di tasca propria pur di vivere le emozioni in derapata.

RITO COLLETTIVO
Del resto, il rally nasce come sport per gentleman, uomini “vecchio stampo” che curano la vettura in ogni dettaglio, ma poi non hanno paura a sporcarsi le mani di olio e grasso. Non mancano imprenditori e manager, ma sono sempre di più gli appassionati di tutti i ceti sociali che arrivano anche a rimetterci pur di passare i week end sui circuiti d’asfalto delle Alpi o sugli sterrati della Toscana, per testare complesse tecniche di guida, vedere schizzare la ghiaia a ogni curva e, se possibile, portare a casa qualche coppa.
Del resto il termine stesso rally, in inglese, vuole dire raduno, un ritrovo dove ci si sfida in un misto di gare di regolarità e a velocità. A prescindere dalle condizioni meteorologiche e da quelle del manto stradale. E se il motore fa i capricci, non ci sono meccanici pronti ad accorrere, ma solo pilota e navigatore possono rimettere a posto la vettura. Questo sapore di avventura e capacità di affrontare le sfide aveva segnato la generazione di piloti baby boomer e sembra riaccendersi nel nostro Paese. Lo conferma Claudio Bortoletto, responsabile del settore rally di Aci Team Italia: «La passione è ancora forte. Anzi si sta diffondendo sempre di più. Il tema della sicurezza, per pubblico e piloti, è stato messo al centro riportando i tifosi a bordo pista. Ci manca, però, un costruttore nazionale che investa quattrini e crei così le premesse per far tornare grande il nostro rally».

PER COMINCIARE
Iscriversi al circuito rally è meno complesso di quanto si possa pensare. Il primo passo è ottenere la patente sportiva che abilita l’aspirante pilota alle gare. Per farla, dopo gli esami medici di idoneità, basta seguire un corso di guida nelle sedi provinciali dell’Automobile Club e così conseguire la licenza Csai. A quel punto bisogna prepararsi alle corse con abbigliamento tecnico omologato. I costi per casco, tuta, collare, scarpe e guanti non sono proibitivi (viaggiano tra i mille e 2 mila euro). Per quanto riguarda la vettura, gli esperti consigliano di iniziare con auto di piccola cilindrata e in gare di chilometraggio breve come le Ronde. L’approccio più sostenibile, ovviamente, è il noleggio dell’auto: inclusi i costi di assicurazione, si sta sotto i 2 mila euro. Serve poi un navigatore da far salire a bordo: un amico esperto è la migliore soluzione, ma si possono trovare e contattare appassionati sulla piattaforma online www.rallylink.it. Ogni gara ha poi dei costi di iscrizione che variano ovviamente in base circuito e ai premi messi in palio: la spesa media è di circa 400 euro.

ANTICA TRADIZIONE
Per chi ama guardare la strada dallo specchio retrovisore c’è, quindi, ancora poco da festeggiare. È vero che i numeri parlano di un ritorno di tifosi e piloti sui circuiti, ma questo è dovuto al proliferare di gare amatoriali accanto al Campionato italiano rally. Insomma, i fasti della Mille Miglia sono lontanissimi, quando l’Italia – dal 1927 al 1957 – si fermava per sentire alla radio o vedere a bordo pista quella pazza corsa da Brescia a Roma in un circuito a otto, andata a ritorno. Era l’epoca in cui Alfa Romeo, Lancia e Ferrari investivano nel mondo del rally prima di cedere lo scettro ai costruttori francesi (e al cannibale del campionato mondiale Sebastian Loeb, nove volte vincitore), ai tedeschi e ai giapponesi. Ci sono stati poi gli anni '70 di Sandro Munari, quando il Drago di Cavarzere seminava gli avversari con la sua Lancia Stratos (sette rally vinti e 14 podi), e poi ancora gli anni '80 di Miki Biasion, due volte campione del mondo. Ma quell’epoca luminosa è stata anche il testacoda generale della categoria.
A forza di spingere sull’acceleratore della spettacolarità, è nato il cosiddetto gruppo B, per cui era richiesta una produzione minima di soli 200 esemplari l’anno. In pratica si viaggiava a bordo di prototipi oltre i limiti di possibilità di controllo da parte dei piloti. Gli incidenti mortali di questa categoria di corse, tra schianti contro la folla e roghi delle vetture, hanno portato alla soppressione del gruppo B, mandando in soffitta le ormai “mitiche” Audi Quattro, Lancia 037 e Delta S4 e la Peugeot T16. Ma è tutto il mondo delle corse che è stato messo in discussione per via della pericolosità delle gare, fino alla soppressione del rally per antonomasia, quella Parigi-Dakar che oggi sopravvive solo nel nome in un tracciato non più africano, ma sudamericano.
Per il mondo del rally le tegole non sono finite. A seguito della crisi economica, diversi costruttori (soprattutto giapponesi) hanno abbandonato il settore. Ora a farla da padrone nel Campionato mondiale ci sono Volkswagen, Citroën e Peugeot. Ma non è detta l’ultima parola per il Made in Italy: al Salone di Ginevra è stata presentata una versione aggiornata dello Scorpione, l’Abarth 124 nata dall’esperienza della squadra corse del marchio del Lingotto, e che ha gareggiato l’ultima volta 40 anni fa al rally di Montecarlo. La vettura è destinata esclusivamente alle competizioni. E potrebbe rappresentare un ritorno in grande stile dei motori italiani nel mondo del rally.

 

DEMOCRAZIA IN TV
Ci vuole tecnica per guidare un’auto da rally, sia su asfalto che su sterrato, ripetono come un mantra tutti gli esperti del settore. Qualcuno si spinge anche più in là, sostenendo che chi ci sa fare sul serio al volante diventa rallista, e non pilota da circuito di Formula 1. Rivalità e screzi tra cugini di nobile lignaggio, uno ricchissimo e l’altro che fatica a imporsi. In realtà le cose stanno cambiando. Anche se ci vuole ancora un bel gruzzolo per cominciare, la disciplina sportiva di sta “democratizzando”. Ed è questo uno degli obiettivi di Aci Sport Italia, che ha deciso di risollevarne le sorti allargando il bacino di utenti e puntando sui giovani. Intanto, corre sempre più forte il Rally Talent: il format di gara-selezione, ideato da Renzo Magnani con il patrocinio dell’Automobile club d’Italia, è giunto alla terza edizione e conta circa 4 mila iscritti a stagione.
I giovani talenti si sfidano su circuiti (in otto autodromi del Paese) attraverso tre prove cronometrate su ghiaccio, asfalto e terra. Chi vince ha l’occasione non solo di mettersi in luce, ma anche di poter partecipare al rally di Sardegna, la tappa italiana del Mondiale. «Il format del talent», dice Marco Ferrari, direttore Sport Aci, «ci sta aiutando moltissimo a rinnovare l’immagine del rally e ad accogliere nuovi appassionati.
Il prossimo passo è verso il grande pubblico. Stiamo studiando di portare il talent anche in televisione, proprio come succede per la musica, la cucina e il calcio. E magari un domani il nuovo erede di Miki Biasion emergerà grazie al piccolo schermo».

NUOVE TRAIETTORIE
Non solo piloti professionisti, però. Accanto al campionato italiano, che assegna gli scudetti due ruote motrici, Junior e R1, alla Coppa Italia e al Trofeo Asfalto, crescono di numero di corse regionali e le Ronde (programmi concentrati in un solo giorno) cui partecipano dilettanti e appassionati. Tra i più frequentati nel 2015 si sono classificati la gara di Aosta, il Jolly rally (a quota 155 iscritti) e gli sterrati del Race Day Ronde Terra (147). E poi ci sono le sfilate-competizione delle storiche che contano in totale 554 partecipanti.
La meraviglia è tutta per gli occhi dei tifosi che possono ammirare cimeli a quattro ruote sfrecciare sulle Valli Aretine, il rally della Lana, tra i laghi di Varese, il Targa Florio a Palermo. Per il direttore di Aci Sport, l’evento più emozionante rimane quello di Sardegna che si svolge a giugno: «Lo consiglio a tutti, a nuovi e vecchi appassionati. È un’occasione per vedere itinerari insoliti in una delle più belle isole del mondo e soprattutto per osservare i migliori piloti di rally in circolazione».