Quando si parla di leggi inutili, bisognerebbe bersi un sorso d'aranciata. Perché attorno al contenuto di succo d'arancia nelle bibite si combatte una battaglia lunga un anno.

Cioè da quando il Parlamento ha deciso di innalzare per legge la quota minima di succo dal 12% al 20% nelle aranciate prodotte in Italia, una norma entrata in vigore solo adesso dopo l'ok della Commissione europea.

E che fa infuriare ancora una volta il Consorzio italiano industrie di trasformazione agrumi (Citrag) contro una legge che vale solo per le aranciate prodotte e vendute in Italia, mentre nel resto dell'Ue il contenuto minimo è del 10%. Ciò causerebbe «un aumento dei costi che aiuterebbe le imprese straniere e spingerebbe le multinazionali del settore con sede in Italia a ridimensionare la loro presenza».

Di parere opposto la Coldiretti, secondo la quale la nuova norma tutela maggiormente i consumatori e anche i coltivatori di arance. Tra l'altro, però, la Citrag sottolinea come non vengano prodotte in Italia abbastanza arance della varietà giusta per adatte per arrivare al 20% di succo contenuto nelle aranciate.

Per il Consorzio infatti «il 98% delle aranciate italiane viene prodotto con succo di arance bionde perché quelle a polpa rossa non possono essere utilizzate per la produzione di bibite ma soltanto per succhi al 100% bevibili. E le bionde sono destinate all'industria solo se non idonee (per dimensione, forma e colore) al consumo fresco.

Per produrre aranciate al 20% di succo d'arancia servirebbero 100 milioni di litri di succo, cioè 250 mila tonnellate di arance bionde. Che andrebbero dunque importate.