Andando contro i luoghi comuni, nel mondo del vino esiste davvero una mezza stagione ricca di spunti e scuse per muoversi e andare a visitare e assaggiare nuove realtà enogastronomiche in giro per la penisola. Senza contare la possibilità di organizzare piacevoli ritrovi di amici ai primi freddi imbandendo la tavola con le primizie di stagione, siano cibi (tartufo, castagne) che vino (novello) e quella famosa bottiglia di Barolo o Barbaresco nella vostra cantinetta che ormai è più che pronta per essere bevuta.

Il tartufo… di Toscana
Il tartufo prima ancora di generare conflitti per la sua autenticità e gare forsennate tra i raccoglitori nelle aree d’oro italiane riapre sempre una contesa molto italica su quale sia la zona dove crescono quelli più pregiati. Ovvio che stiamo parlando del tartufo bianco, il tubermagnatum pico , la specie più pregiata, quella più cara e quella davvero capace di rendere indimenticabile una preparazione culinaria. Ecco di questa meraviglia della natura se ne trovano ogni anno pochi kg praticamente solo in due zone ovvero la zona di Alba in Piemonte, notissima anche per il vino ovviamente, e a San Miniato in Toscana, che negli ultimi tempi sta assistendo a una rinascita enologica niente male. In questo derby italiano la tradizione è, a dire la verità, tutta dalla parte di Alba con un vantaggio storico nettissimo, ma San Miniato con la sua Fiera per le vie del paese (durante i fine settimana di novembre) sta acquistando ogni anno un’importanza sempre maggiore, aiutato dalla vicinanza di Firenze e Pisa, due delle mete turistiche più gettonate d’Italia. E attorno al tartufo San Miniato è riuscita a sviluppare un intero sistema del mangiare e bere bene a partire dai salumi e dalle preparazioni a base di tartufo (salse, sughi, creme, burro, insaccati, formaggi) e una serie di locali (come la Fattoria di Stibbio) e ristoranti (come il Pepe Nero) specializzati nel maneggiare il tartufo. Per esempio la macelleria Falaschi che vende anche via Internet in tutto il mondo le sue specialità di insaccati (come il Mallegato Pisano, a base di uvetta e sangue di maiale, adatto ai più temerari) o i paté di salsiccia al tartufo. Altro grandissimo nome toscano per il tartufo è Savini Tartufi che, oltre a vendere decine di prodotti diversi a base di questo tubero, organizza ogni anno delle vere e proprie cacce permettendo di partecipare all’emozionante ricerca del tartufo d’oro con i cani e tutta la ritualità della situazione. E finita la giornata, alla sera, cena con i classici tagliolini e l’arista di cinta senese insaporita con questo tubero. In abbinamento ecco che la produzione locale sta lentamente emergendo per qualità delle proposte. Proprio quest’anno (edizione 2010 della guida Vini Buoni d’Italia dedicata agli autoctoni, in libreria in questi giorni) il Touring Club Italiano ha messo il Reciso di Pietro Beconcini, un sangiovese in purezza ottenuto “recidendo” molti tralci in modo da far produrre poca e concentratissima uva dai vigneti della zona, che rimane 18 mesi in botte prima di vedere la bottiglia. Il Reciso è però, con la sua struttura piena, e il gusto fruttato e al contempo salino e minerale, solo la punta di diamante di una serie di vini molto interessanti prodotti in loco come il Vigna alle Nicchie (dove nicchia sta per “conchiglia”), rarità italiana ottenuta da uve Tempranillo.

Sempre a San Miniato opera Cosimo Maria Masini che ha messo in piedi una delle realtà biodinamiche più convincenti della Toscana con vini dal forte carattere e personalità, tutti ottenuti da agricoltura biologica e con sistemi di vinificazione il più possibile rispettosi della natura e dei suoi ritmi. Tra i suoi vini, ottimo il “Cosimo” da uve sangiovese e buonamico (una rarissima varietà complementare del sangiovese nel pisano), un vino non per tutti visto che presenta sentori di corda bagnata, ciliegia, fiori passiti, acqua di mare, tabacco, cuoio, liquirizia, gomma lacca, che si rivela un po’ astringente e amaricante ma guizzante in bocca.

E di langhe
Ma il modello del turismo territoriale legato al tartufo è stato senza dubbio il Piemonte, dove l’accoppiata tartufo d’Alba e Barolo (questo il vino più famoso che viene prodotto nelle colline attorno alla cittadina) è nato in maniera più naturale e storicamente più antico. E i sentori qui sono fruttati e floreali intensi con una gamma sempre emozionante di note speziate ed eleganti (la china, l’artemisia, i petali di rosa). La fiera ad Alba si tiene subito prima di quella toscana, dal 3 ottobre al 9 novembre quest’anno. Qui la scelta di locali e ristoranti è enorme e ancora di più quella di vino. Tutto intorno a voi infatti ci sono le Langhe e il Roero e quindi parliamo del regno del Nebbiolo non solo sotto forma di incredibili e preziosi Barolo ma anche di bottiglie molto più accessibili di Langhe Nebbiolo e, appunto, Roero Docg, sia bianco ottenuto da uve Arneis sia rosso da Nebbiolo. In abbinamento a pasta o risotti al tartufo bianco il Roero Arneis con i suoi profumi di frutta a polpa bianca (pesca) ed erbe aromatiche è davvero perfetto e potete provare per esempio il famosissimo Blangè di Ceretto o quello che produce la storica Fontanafredda chiamato Pradalupo. Se invece affrontate un piatto a base di carne, i profumi intensi e penetranti del tartufo uniti alla succulenza della carne (in genere brasato) richiedono un vino dalla forte componente aromatica e un certo tenore alcolico, per non parlare dei tannini necessari ad asciugarvi la bocca. Quindi avete solo l’imbarazzo della scelta tra le decine di eccellenti produttori di Barolo, stando sempre attenti alla forma della bottiglia. Se infatti la bottiglia è la tipica “albeisa” avrete nel bicchiere un barolo “tradizionalista” ovvero affinato in botte grande come quelli del maestro Bruno Giacosa, Poderi Aldo Conterno, la storica Borgogno, il biodinamico naturalissimo Teobaldo Cappellano o il famoso Bricco delle Viole di Vajra. Se invece la bottiglia è una bordolese, aspettatevi un Barolo “modernista” che affina in botte piccola (barrique) come quelli di Elio Altare, Domenico Clerico con il sempre superlativo PerCristina e ovviamente Gaja con il suo Sperss che non è etichettato come Barolo ma praticamente lo è nell’anima. Unica avvertenza, cercate di bere bottiglie che abbiano almeno dieci anni di età, altrimenti finirete per apprezzare solo la metà delle meraviglie che l’uva nebbiolo può regalarvi.

Novello italiano e Beaujolais Nouveau
Ottobre e novembre sono anche i mesi in cui si attende con sempre meno interesse e impazienza c’è da dire - il deblocage , ovvero l’apertura delle cantine per poter gustare il “novello”, momento che in Italia avviene alla mezzanotte del 6 novembre. Il novello italico è però molto diverso dal vino cui si ispira, ovvero il Beaujolais Nouveau francese, originario del sud della Borgogna, il famoso vino che viene annunciato nelle enoteche dalle frasche al terzo giovedì di novembre appese al di fuori del negozio a indicare che “Le Beaujolais nouveau est arrivé! ”. In Francia infatti questo vino è ottenuto da uve Gamay con un metodo di fermentazione particolare in contenitori chiusi di acciaio in cui l’uva viene tenuta a contatto con la CO2 finchè non parte la vinificazione che in queste condizioni sviluppa sentori molto intensi vinosi e di frutta di bosco (fragola e lampone, tipicamente) e allo stesso tempo vini di poco corpo e molto beverini, perfetti per salumi e aperitivi. In Italia la tecnica è la stessa ma è possibile unire a vino ottenuto da questo processo (chiamato “macerazione carbonica”) una parte di altri vini anche di vendemmie precedenti (fino a un massimo del 70%) e comunque imbottigliare con la dicitura “novello”. Inoltre in Italia il “novello” si fa quasi dappertutto dal Veneto alla Sicilia e quindi le uve di partenza non sono quasi mai le stesse. Rimane quindi il problema che non è dato sapere al consumatore, che si limiti a leggere l’etichetta, se il Novello che sta acquistando provenga al 100% da macerazione carbonica, sia quindi un novello “vero”, oppure un quasi vino ottenuto mescolando altre annate. Questo crea non pochi problemi per l’abbinamento con i piatti ma in genere ricordatevi che si tratta di vini a tutto pasto che accompagnano molto bene sia piatti di pasta al sugo di carne sia minestre molto corpose e che si adattano bene anche alla carne di maiale, sia arrosto sia alla griglia.
Negli Stati Uniti il Nouveau francese è stato “promosso” a vino della festa del Ringraziamento con tanto di motto adattato all’inglese “It’s Beaujolais Nouveau Time! ” e quindi sarebbe da provare anche con il classico tacchino ripieno... Per assaggiare tutti i Novello d’Italia, appuntamento obbligato a Verona, Palazzo della Gran Guardia, il 5 e il 6 novembre 2009 con vari eventi collaterali, tutti mirati a discutere sul ruolo di questa tipologia che da anni non fa più grandi numeri e rischia di dimostarsi una moda passeggera già dimenticata da molti.Eppure gli esempi riusciti non mancano in tutta Italia, e neanche le fiere apposite locali come quelle in Sardegna o in Veneto. Come etichette, per avere un’idea delle potenzialità che possono avere questi vini, provate in Umbria il Colli Martani Doc “Falò”, Igt delle Cantine Giorgio Lungarotti (sangiovese e merlot), il “Rubicante” Novello Isola dei Nuraghi Igt Sella e Mosca (Merlot e Cannonau), il Novello Giovanni Avanzi Garda Bresciano Doc Classico (Groppello, Marzemino, Barbera), oltre al “Giocoso” Novello Sicilia di Scilio, da uve Nerello merlot e alicante cresciute sull’Etna. In ogni caso ricordatevi che le modalità di produzione del novello sono tali che per essere gustato al meglio va consumato entro la fine dell’anno, diffidate quindi sempre se ne trovate qualche bottiglia dopo il 31 dicembre!

Castagne e cagnina di Romagna
L’autunno porta anche in molte località montane del nostro Appennino la castagna che nei secoli scorsi rappresentava una fonte di sostentamento e di reddito fondamentale per le povere realtà di questi paesi. Oggi rimangono molte sagre e feste che ricordano questi tempi e che permettono di riscoprire sapori e profumi dimenticati. Per esempio le pere volpine chi le ha mai assaggiate? O il vino dolce “cagnina” di Romagna? Entrambi li potete incontrare per le vie di Marradi, paesino solo teoricamente in Toscana in quanto di fatto romagnolo per dialetto e usanze, raggiungibile addirittura con uno dei pochi sopravvissuti treni a vapore in Italia. Sbuffando e tra i fumi della caldaia a carbone (partenza da Bologna, Rimini Firenze le domeniche di ottobre, trainati dalla locomotiva GrFS640.121, costruita dalle Officine Ansaldo nel 1914) arriverete in questo paese stracolmo di gente e di bancarelle che vendono bruciate (le caldarroste), le ballotte e tutte le preparazioni classiche con le castagne (il castagnaccio toscano, le frittelle, i necci), molte variazioni sul tema (compresa l’ immancabile pastasciutta da farina di castagne) e ovviamente il vino “da” castagne. Che per molti è il cosiddetto “vin novo”, ovvero il vino appena svinato, più che il novello vero e proprio, ma che qui e in tutto l’appennino romagnolo è appunto la cagnina, anzi la Cagnina di Romagna Doc, prodotta esclusivamente nelle zone appenniniche delle provincia Forlì-Cesena. Difficile segnalarvi produttori perché sono tutti piccolissimi e anche perché praticamente tutto quello che potete assaggiare di questo vino (compreso quello venduto nelle tanichette di plastica da mezzo litro!) è di ottima qualità con profumi intensi di piccoli frutti di bosco, fiori e un gusto dolce e leggermente frizzante (con una tipica spuma rosa) che la rende perfetta per pulire la bocca dall’infarinatura dovuta alle castagne mangiate in queste fiere. L’uva da cui si ottiene è il Refosco dal peduncolo rosso, lo stesso di molti tra i migliori rossi friuliani ma che qui viene appunto vinificato in modo da sviluppare più intensità di aroma che corpo e struttura. E se proprio il vino dolce non vi va, ricordatevi che esistono molti e bravi produttori di birra artigianale prodotta dalle castagne, come appunto il birrificio Cajun, che si trova proprio a Marradi. In ogni caso non preoccupatevi se non ce la fate a venire a Marradi, la cagnina, la birra e le castagne si trovano in questa stagione molto agilmente anche “a valle”!