Prendiamo in prestito il motto del manifesto di Carlo Petrini e di slow food per annunciare il tema di questo articolo. Non a tutti è sempre chiaro cosa si intende per alimento naturale, piuttosto che biologico o a chilometro zero.

NATURALE. Se per l’agricoltura biologica la missione principale è la sostenibilità delle attività umane sul territorio, nell’ambito di quella naturale l’intervento dell’uomo deve essere limitato al minimo indispensabile. I cibi ottenuti secondo le teorie e le pratiche di questo approccio (elaborato negli anni ’40 dello scorso secolo dall’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka) nascono infatti quasi spontaneamente dal suolo, che dalla mano dell’uomo “subisce” solo gli atti della semina e della raccolta. Il terreno non viene neppure arato, e le piante germinano in superficie. Inoltre, una volta effettuata la raccolta, ai campi vanno restituiti tutti gli scarti e le rimanenze della coltivazione non trasformabili in alimenti. Il terreno rimane perennemente inerbito con piante poco invadenti, la cui crescita è comunque tenuta sotto controllo dal libero pascolo degli animali. In questo modo si riduce l’erosione superficiale del terreno. Naturalmente organismi geneticamente modificati e diserbanti sono del tutto banditi, e in caso di infestazioni si ricorre alla lotta biologica, con l’inserimento nell’habitat di specie che predano o contrastano quelle dannose per le colture. www.agricolturanaturale.it

KM ZERO. Uno dei problemi che penalizza maggiormente l’attuale filiera alimentare del mondo occidentale è quello della distribuzione. Il rovescio della medaglia di avere qualsiasi tipo di cibo in qualsiasi stagione e in qualsiasi luogo è la moltiplicazione dei costi, dell’impatto ambientale e soprattutto degli sprechi della produzione. Ecco perché sono sempre di più quelli che chiedono un passo indietro ai produttori, ma anche ai consumatori. Consumare alimenti che provengono da filiere a km zero significa mangiare cibi di stagione prodotti nell’area geografica in cui ci si trova. Solo in questo modo diventa possibile abbattere i costi dei trasporti, incidendo sul prezzo finale dei prodotti, e innescare una reazione a catena, un circolo virtuoso, che permetterebbe di avere frutta, ortaggi e carni più fresche e allo stesso tempo più gustose, ottenendo inoltre un abbassamento delle emissioni inquinanti, la valorizzazione delle produzioni locali e la tutela delle biodiversità da zona a zona. Antesignana nel proporre una filiera a km zero, la Coldiretti del Veneto è stata anche promotrice della prima legge regionale sul tema. www.veneto.coldiretti.it

DOLCETTI BIOLOGICI. Nell’ampia definizione di cibo bio rientrano tutti quegli alimenti che sono ottenuti da agricoltura o allevamento di tipo biologico. Il che significa prodotti attraverso una serie di tecniche che, oltre a limitare l’impatto sull’intero sistema agricolo, sfruttano la naturale fertilità del suolo senza l’uso di additivi chimici, tutelando quando non promuovendo la biodiversità dell’ambiente su cui sono applicate e, per quanto riguarda gli animali, prevedendo un trattamento che ne rispetti il benessere, con cure di natura omeopatica in caso di malattie, e ne garantisca un’alimentazione a base di vegetali a loro volta biologici. Oggi molti produttori, anche tra quelli che lavorano per la grande distribuzione moderna, hanno delle filiere agricole biologiche. L’Italia è l’ottavo Paese al mondo per superfici coltivate con queste tecniche, in una classifica che vede al vertice l’Australia, ma è il primo in Europa per numero di aziende, che coprono solo il 3% del mercato alimentare nel suo complesso. Il resto della produzione viene esportata, anche al di fuori dei confini comunitari. Se le analisi di laboratorio non hanno ancora messo in rilievo sostanziali differenze di apporto nutritivo rispetto agli alimenti convenzionali, il cibo bio ha ampiamente dimostrato di essere esente da agrofarmaci, con il conseguente impatto che ciò ha sull’organismo dell’uomo. www.federbio.it

Ricetta del mese: Dolcetti Bucce&torsoli