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Assalto al boccale. L'aumento delle accise atteso per gennaio mette in pericolo il già sofferente mercato della Birra. L'associazione dei produttori, AssoBirra, non ci sta e lancia una campagna per chiedere lo stop del provvedimento con l'hashtag #salvalatuabirra, presentato in un covegno a Roma (La filiera italiana della birra. Ridurre la pressione fiscale per continuare a creare valore e occupazione ).

Si riparte dal dato pessimo dell'ultima estate: -26% di vendite dovuto all'aumento voluto dal governo Letta. Il mercato del nettare di luppolo non vede crescere i consumi da un decennio, anche se vale ancora 3,2 miliardi e occupa 136 mila persone.

7.000 POSTI DI LAVORO. Dal convegno emerge uno studio provocatori: se invece che aumentare, le accise di riducessero ai livelli tedeschi (quattro volte inferiori) il comparto potrebbe creare fino a 20 posti di lavoro al giorno, praticamente 7 mila nel solo 2015.

E i riflessi sarebbero a cascata, perché la stima è che ogni occupato nella birra ne generi 28: 24,5 nell'ospitalità (bar, ristoranti, alberghi), 1 nell'agricoltura, 1,3 nella supply chain (imballaggio, logistica, marketing e altri servizi) e 1,2 nella distribuzione

«Intervenire oggi sull'aumento del 1 gennaio 2015 vorrebbe anche dire», spiega Alberto Frausin, presidente di Assobirra a Repubblica , «tutelare un prodotto che rischia di pagare un grave svantaggio competitivo rispetto agli altri produttori europei: basti pensare che con questo ulteriore innalzamento delle tasse su un ettolitro di birra a Roma si pagheranno 38 euro mentre e a Berlino 9».

BAR IN GINOCCHIO. Il nuovo aumento sarebbe una brutta notizia anche per i commercianti che totalizzano il 12% degli incassi totali in pinte di bionda o rossa, una percentuale che sale al 20% per i bar serali e al 43% per i pub.

La via privilegiata resta dunque quella dell'import (primo posto con 6 milioni e 175 mila ettolitri nel 2013), a causa di «una competizione fiscale sleale da parte di vari Paesi europei, fondata su norme nazionali poco rigorose sulla denominazione del prodotto che permettono di commercializzare a prezzi molto competitivi prodotti di minor qualità. che rischiano di mettere fuori mercato gli operatori italiani», continua Frausin, «anche per questo è importante che il governo Renzi intervenga, perché la scelta di questo ingiusto aumento va a colpire la competitività del nostro prodotto, che resta l'unica bevanda alcolica da pasto su cui grava l'accisa Ma quando si incrementano le imposte il prezzo della birra sale, si riducono i consumi e, come dimostra lo studio del Ref anche lo Stato non ci guadagna quello che ha programmato».

POCA CONVENIENZA. L'aumento della tassa sul boccale infatti non ha ottenuto l'effetto sperato : 177 milioni attesi a parità di consumi, ne sono arrivati solo 116. E con i 48 milioni di calo del pil dovuto alla flessione dei consumi, il provvedimento va considerato un vero autogol (68 milioni incassati, -62% rispetto al preventivato).

«Abbiamo già bruciato, con i primi 2 aumenti, 1.200 posti di lavoro in settori strategici come l’industria alimentare, l’agricoltura, la distribuzione, bar e ristoranti», sottolinea Frausin, «ma siamo ancora in tempo a fermare l’ultimo aumento previsto a gennaio, salvaguardando in questo modo la fonte di reddito di 1.200 famiglie italiane. 100.000 italiani sono con noi, hanno firmato la nostra petizione e ci chiedono di andare avanti: #stopaumentoagennaio è il nostro slogan e continueremo a spingerlo e sostenerlo fino a quando non verremo ascoltati”.

Se si completerà il piano del governo, le accise subiranno in poco più di un anno un rincaro del 30% facendo schizzare il carico fiscale su ogni boccale al 45%. «Un sorso su 2 se lo berrà il fisco», denuncia Filippo Terzaghi, direttore di Assobirra.

CHI BEVE BIRRA CAMPA CENT'ANNI. Chi beve birra campa cent'anni, dice il vecchio adagio. Ma ci sono i consumatori di luppolo? Praticamente tutti gli italiani: la birra è l'alcolico preferito dagli under 54 che nell'80% dei casi la bevono a tavola.

Nel 2013, secondo Ipsos, i consumi si sono mantenuti sostanzialmente piatti (pari a 17 milioni e 504 mila di ettolitri, +0,3% sul 2012), così come il consumo pro capite: 29,2 litri annui contro i 29,3 del 2012. Un valore che conferma l'Italia all'ultimo posto in Europa, distante da Repubblica Ceca (144 litri procapite), Germania (107), Austria (106) ma anche da realtà mediterranee come la Spagna ( 82) e la Grecia (38,3).

Ma qualcosa è cambiato: si beve molta meno birra fuori casa preferendolo il consumo casalingo, ma con le preferenze che si spostano verso i prodotti a basso costo che si trovano nei supermercati ercati. I segmenti top accusano infatti un -1,9%, i premium -3,5%, mentre il più conveniente "main stream" è cresciuto del 4%(ormai al 51%) e il "private label" del +1,1%.