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Storie di ordinaria mistificazione

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Mercoledì, 11 Giugno 2014

È stupefacente come noi giornalisti riusciamo a mistificare la realtà. Lo facciamo spesso in nome di un bene superiore (la pace nel mondo, l’uguaglianza, la giustizia), ma, quando i fatti non corrispondono alle nostre opinioni o ai nostri desideri, a come pensiamo debba andare il mondo, lo facciamo. L’ultima mistificazione riguarda la democrazia. Metto in fila i dati. All’inizio del 2014 esce un libro di Alan Friedman nel quale si racconta (con prove) che, nell’estate del 2011, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incontrava riservatamente Mario Monti avvertendolo di tenersi pronto, casomai avesse avuto bisogno di lui, per Palazzo Chigi. Secondo: a maggio 2014 sul Financial Times esce un’inchiesta a puntate nella quale si racconta che il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, sempre nel 2011, si è messo segretamente d’accordo con Antonis Samaras, leader dell’opposizione greca, per far fuori il governo in carica guidato da George Papandreou e sostituirlo con il rappresentante greco nel board della Bce, Lucas Papademos, in modo da evitare che i greci votassero un referendum sul piano di salvataggio del Paese. Terzo: l’ex segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, racconta in un suo libro di memorie uscito a maggio che, sempre nel 2011, degli alti rappresentanti dell’Ue l’hanno avvicinato per chiedere il sostegno degli Usa per far cadere il governo italiano. Capisco che sembri fantascienza, ma queste cose sono state dette veramente.

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Di fronte a questi fatti, si può reagire sostenendo che tutti sono bugiardi, ed è più o meno quello che i giornali hanno indotto a credere con sofisticati articoli mistificatori, o si può prendere atto che, ad esempio, l’ex ministro al Tesoro americano, quello che ha gestito la peggiore crisi finanziaria nella storia mondiale dal ‘29, non dica bugie e non le scriva su un libro. Quindi, il risultato è che occorre credere (ripeto: a meno che non si voglia sostenere che Geithner sia un bugiardo e millantatore) che nel 2011 l’Europa ha fatto di tutto per far cadere un governo (anzi, due, se si conta anche quello greco) democraticamente eletto, che stava facendo un bel po’ di pasticci, anzi, stava proprio facendo un gran casino, ma era democraticamente eletto. Perché lo voleva far fuori? Perché i suoi casini stavano mettendo a rischio la tenuta dell’euro e, come noto, se crolla l’euro, crolla l’Europa e questa è una eventualità che non deve nemmeno essere presa in considerazione. Quindi, significa che la democrazia italiana, oltre a quella e greca (ripeto: a meno che non si voglia sostenere che il Financial Times scriva stupidaggini) è stata calpestata in nome di un valore più grande che, in questo caso, è l’Europa. Quindi, siccome si parla di un bene più grande, la democrazia viene dopo.
Questo è il motivo per il quale Darhendorf disse: o c’è l’Europa unita o c’è la democrazia, le due cose insieme sono incompatibili. Quindi, dopo l’euforia o lo sconforto (dipende dai punti di vista) del post-elezioni europee, torniamo con i piedi per terra e ammettiamo che in Europa la democrazia non c’è, perché esiste un bene più grande che si chiama euro, sul cui altare anche la democrazia può essere sacrificata. Se poi quel governo che è stato fatto saltare era guidato da Silvio Berlusconi, tutto appare molto più accettabile. Vero?

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