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Perché la Confindustria ha paura del 17 marzo

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Venerdì, 11 Marzo 2011

Mi fanno tenerezza coloro che sono contrari alla festività del 17 marzo, data in cui Vittorio Emanuele II, 150 anni fa, venne proclamato Re d’Italia. Cioè, alcuni mi fanno rabbia, ma i più mi fanno tenerezza. La loro tesi è che il 17 marzo è un giovedì ed è fatale che gli italiani si facciano un bel ponte il venerdì per attaccarci il week end ripresentandosi al lavoro lunedì 21. Secondo loro un ponte di 4 giorni abbatte la produttività, la competitività, addirittura la ripresa. Fanno tenerezza. Con questo ragionamento se si lavorasse tutti i sabati e tutte le domeniche dell’anno l’Italia sarebbe più competitiva. Magari! In realtà sarebbe solo un po’ più produttiva rispetto alla Cina ma non aumenterebbe la propria competitività di lungo periodo rispetto alla Germania. La differenza è sottile, ma decisiva. Il numero di ore lavorate ha a che vedere con la produttività, non con la competitività. O mi volete far credere che la Germania ha un Pil che cresce del 3,6% perché i tedeschi lavorano di più? I tedeschi lavorano meno di noi, in termini di ore, eppure il nostro Pil raggiunge a stento l’1,1%. Confindustria si è schierata contro la festa del 17 marzo perché sa che la struttura produttiva italiana è fatta da società piccole e poco innovative, che devono produrre molto perché gli oggetti che sforna sono di basso valore e l’unico modo per restare a galla è produrli in un numero maggiore rispetto ai concorrenti per abbassarne il costo unitario. Produrre molte cose di basso valore è il modello italiano. Ma alla lunga non funziona. Sia perché nel mondo ci sono Paesi che producono (o produrranno) gli stessi oggetti poco innovativi a costi che noi non raggiungeremo mai, sia perché produrre senza innovare, prima o poi, soffoca l’impresa. È come se l’Italia producesse milioni e milioni di macchine da scrivere a nastro e le vendesse a 1 euro ciascuna. Chi le comprerebbe nell’era dell’iPad? E credete che se la Apple fosse italiana e avesse inventato qui l’iPad sarebbe preoccupata che per un week end i suoi dipendenti non lavorano? Non credo.
Lasciando da parte le ricostruzioni storiche, le polemiche politiche, i voltafaccia ministeriali, il punto è tutto qui: vogliamo un sistema industriale che per stare a galla ci obblighi a lavorare tutti i week end o uno che produca oggetti e servizi talmente innovativi da non temere che in 150 anni si stia a casa un week end in più?

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