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Occupiamoci del problema vero

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Lunedì, 04 Marzo 2013

Si dirà: era la campagna elettorale, bellezza, e tu non potevi farci niente. Vero. La macchina elettorale si è mossa con la forza distruttrice di un blindato, facendo credere che la restituzione dell’Imu e le tasse siano il primo problema dell’Italia. Andrò controcorrente: non lo sono affatto. Il primo problema dell’Italia è la crescita economica. Le tasse sono lo strumento attraverso il quale raccogliere il consenso. E, per di più, uno strumento inutile, perché senza la crescita le tasse non possono diminuire; e non è affatto vero che con meno tasse c’è la crescita perché in un momento di recessione i soldi risparmiati dalle tasse non vanno in consumi ma in risparmio (o nel pagamento dei debiti).

© iStochPhoto.com/Denis Vorob\’yev

Ma il silenzio attorno al problema della crescita è sintomatico della mancanza totale di idee al riguardo da parte dei partiti, che non hanno proposto una sola ricetta credibile al riguardo. O, meglio, ne hanno accennato: si tratta dell’abolizione della riforma del mercato del lavoro firmata dall’ex (mai troppo tardi “ex”) ministro Elsa Fornero. Abolire quella devastante legge aiuterebbe e, in realtà, tutti i partiti dicono di volerla “rivedere” senza però spiegare come.
Se è vero, come è vero, che la crescita economica è figlia della libertà del mercato, allora ci sono tre proposte talmente semplici e rivoluzionarie che potrebbero aiutare ad aumentare la quantità di mercato in un Paese che vede il 52% del proprio Pil intermediato dallo Stato.

Primo: gli stipendi dei politici non vanno tagliati, vanno rimodulati legandone una parte (il più consistente possibile) ai risultati. Comunemente si pensa che “il risultato” per un politico si misuri dal numero delle leggi approvate mentre, in un Paese afflitto da bulimia normativa, è vero il contrario. Lo stipendio dei politici va legato, piuttosto, a parametri oggettivi come il Pil, la disoccupazione, il debito. Al miglioramento di questi parametri sale, proporzionalmente, la loro remunerazione (d’altra parte l’assegno dei pensionati tedeschi è commisurato in parte anche al Pil della Germania).

Secondo: le nomine pubbliche non devono dipendere da scelte partitiche, ma dal mercato. Semplicemente affidando la ricerca del candidato migliore a società di head hunter che propongono una rosa di tre nomi (meglio se due) all’interno del quale viene scelto il manager. Personalmente, tremo all’idea che il nuovo governo (meglio: i partiti che sostengono il prossimo governo) sarà chiamato a nominare i dirigenti di ben 7 mila imprese statali (avete letto bene: le imprese controllate dallo Stato, enti locali esclusi, sono 7 mila).

Terzo: occorre vietare all’Antitrust la possibilità di comminare sanzioni che non siano monetarie, perché troppo spesso i suoi procedimenti contro cartelli, accordi collusivi, pratiche scorrette si concludono con semplici ammonizioni. Se le imprese inquinano il mercato, vanno sanzionate in modo molto più severo di semplici buffetti, arrivando fino a prevedere l’obbligo di dimissioni nel caso in cui a macchiarsi della colpa di aver bloccato la competizione siano manager di imprese pubbliche.

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