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Le lezioni della crisi

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Lunedì, 31 Maggio 2010

Passata la paura della catastrofe, è arrivato il momento di guardare indietro e chiederci che cosa abbiamo imparato dalla crisi. La prima cosa che il mondo ha capito è che vivere a debito dà un sacco di vantaggi, perché è come vivere a una velocità superiore a quella dettata dal normale corso delle cose, una turbo-vita che anticipa a oggi ciò che forse potrei avere dopodomani, ma è pericolosissimo. Sia per i singoli individui che hanno comprato case che non potevano permettersi, pagandole con carte di credito che non avrebbero potuto avere, sia per le istituzioni finanziarie, che su questi debiti hanno costruito le loro fortune. La proposta di vietare le acquisizioni finanziate solo con il debito è forse un po’ esagerata, ma coglie nel segno.

La seconda cosa che abbiamo imparato è di diffidare del concetto di modernità la quale viene sempre associata a un’accezione positiva. La modernità è spesso spacciata come sinonimo di innovazione, ma non è sempre così. Abbuffarsi di subprime sarà pure un modo per esprimere la propria modernità, ma non è esattamente il modo migliore per governare un’azienda, banca o industria che sia. La mobilità sociale è moderna e la cassa integrazione demodè. Ne siamo ancora così sicuri?

La terza cosa che abbiamo imparato è che la mano pubblica nell’economia serve eccome, e che è sbagliato invocarla come male necessario solo ex post, per riparare i danni di una macchina che si è andata a schiantare contro un palo. Lo Stato, gli Stati, sono quelli che ci stanno trascinando fuori dal disastro e (nonostante tutti i difetti che certamente ha) l’istituzione pubblica ha il dovere di fissare dei limiti di velocità, stabilire le corsie e le aree di sorpasso, in modo da limitare i danni se proprio la macchina non riesce a evitare il palo. Dovremo ricordarcene la prossima volta che liberisti fondamentalisti ululeranno contro l’invadenza dello Stato negli affari interni del Capitalismo (con la “c” maiuscola). Salvato con i soldi delle tasse.

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