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La “supercazzola” delle controllate pubbliche

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Lunedì, 02 Novembre 2015
Matteo Renzi-Pier Carlo Padoan © Getty Images

Il premier Matteo Renzi (a sinistra) parla con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan

L’idea di risparmiare 3 miliardi di euro chiudendo almeno una parte delle 8 mila società pubbliche, soprattutto locali, è quella che, in linguaggio economico, può essere definita “supercazzola”. E adesso cercherò di spiegare perché.
La prima domanda che bisogna farsi è: perché i Comuni, le Province e le Regioni hanno creato 8 mila società partecipate (a parte il fatto che i Comuni italiani sono 8 mila, avere 8 mila società pubbliche locali non mi sembra un numero così scandaloso, ma questa è un’altra storia)? Non le hanno create solo per produrre poltrone sulle quali fare accomodare le terga di politici trombati. Certo, può esserci anche questo aspetto, ma non è l’unico e non è il più importante, perciò lascerei questa spiegazione ai professionisti dell’indignazione popolare. Per capire perché sono nate bisogna guardare i bilanci, solo così si scoprirebbe una cosa straordinaria: queste società, soprattutto quelle che a prima vista sembrano le più inutili, perché non hanno dipendenti, perché non svolgono nessun compito, perché sono vecchie e senza scopo, sono zeppe di debiti. Hanno debiti stratosferici. «È proprio perché hanno debiti e costano che vanno chiuse», dice l’invitato all’inutile talk show. Be’, non si può. E per capire perché bisogna andare in profondità e vedere in che cosa consistono quei debiti.

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I DEBITI DELLE PARTECIPATE
SERVONO AD AGGIRARE
IL PATTO DI STABILITÀ:
CHIUDERLE FAREBBE
FALLIRE I COMUNI

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Nella maggior parte dei casi i debiti si riferiscono a bollette non pagate, a lavori non saldati, a fatture di società private che hanno lavorato per l’ente locale e nessuno ha mai ricompensato. I debiti delle controllate municipali sono, nella maggior parte dei casi, frutto sia della mala gestio degli amministratori locali, ma anche dell’assenza di liquidi (patto di stabilità interno) necessari per sostenere spese improrogabili (che fai, lasci la scuola senza riscaldamento l’inverno? Togli la luce alla biblioteca? Abolisci l’assistenza agli anziani?). Quindi il Comune richiede un servizio ma, non avendo i soldi per pagarlo, lo fa commissionare da una società partecipata e la rimpinza di fatture non pagate.
Se si decidesse di chiudere queste società “inutili” i debiti chi li paga? Dovrebbe pagarli l’ente locale che ne è proprietario, ma questo significherebbe mandare in fallimento la maggior parte dei Comuni (e delle Province) italiani aggravando ancora di più la situazione di dissesto finanziario degli enti locali con tanti saluti al “risparmio” di 3 miliardi di euro. A meno che, ovviamente, qualcuno dica agli imprenditori che hanno avuto la pessima idea di lavorare per il pubblico, che le loro fatture non verranno mai pagate. O (meglio) a meno che per tutti i Comuni italiani non si adotti la soluzione trovata per Roma nel 2010: scorporare i debiti (22,4 miliardi erano quelli della capitale), metterli in una bad bank e piano piano ripianarli utilizzando, come nel caso di Roma, i soldi di tutti gli italiani: 500 milioni l’anno. Non so quale potrebbe essere la soluzione migliore, quello che so è che parlare di “risparmi” chiudendo le società piene di debiti è, come dicevo, una supercazzola.

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