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La matematica non è tutto

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Venerdì, 03 Aprile 2015
Expo Milano 2015
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BISOGNEREBBE DIRE CHIARAMENTE
CHE EXPO CHIUDERÀ IN PERDITA,
MA ANDAVA FATTO LO STESSO

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Roberto Perotti è consulente economico di Matteo Renzi (insieme, anzi, in conflitto, con Yoram Gutgeld) e stupisce che chi ha accettato di consigliare il Principe poi critichi le scelte dei Principi. Vero: la candidatura di Milano come sede dell’Expo non riguarda Renzi, ma Perotti sa bene che il desiderio di magnificenza è comune a tutti presidenti del Consiglio della storia italiana. Anzi, a tutti i capi di governo del mondo da sempre. Da noi, infatti, tutti i presidenti del Consiglio, invece di costruire più piscine, annunciano, appena arrivati a Palazzo Chigi, nell’ordine: la riforma della scuola, la riforma della Rai, la riforma delle pensioni. Nessuno si è sottratto al desiderio di lasciare qualcosa di cui i posteri potessero ricordarsi. Detto questo probabilmente Perotti ha ragione: lo studio del 2013 (così come uno di poco successivo del Certet) sovrastima gli effetti economici dell’Expo, ma è un buon motivo perché si decidesse di non avanzare la candidatura di Milano? Io penso di no. Perché non si può sempre calcolare tutto, misurare tutto, classificare tutto. L’Expo è un evento mondiale che probabilmente finirà per non raggiungere gli obiettivi originari, forse farà perdere soldi all’Italia, forse i posti di lavoro aggiuntivi non saranno 191 mila, ma alcune decisioni di natura politica devono prescindere da valutazioni economiche. Perché se ogni decisione politica dovesse avere come principio informatore la convenienza, e solo quella, potremmo tranquillamente sostituire i rappresentanti dei cittadini in Parlamento con dei calcolatori tascabili che, peraltro, non devono essere pagati ma necessitano solo, saltuariamente, del cambio delle batterie.
Un calcolatore non può stabilire (anche se sono certo che da qualche parte in Bocconi hanno già redatto un modello matematico alla bisogna) di quanto aumenta il prestigio internazionale, di quanto cresce la fiducia dei cittadini nelle capacità del proprio Paese, di quanto salga la considerazione internazionale verso l’Italia derivante da un’eventuale successo dell’Expo. L’errore è di non dire chiaramente che l’Expo chiuderà in perdita, ma andava fatto lo stesso. Invece di dichiararlo, molto semplicemente, si preferisce, come al solito, dare numeri sballati, come hanno fatto i tre economisti nel 2013, sovrastimando gli effetti per giustificare la decisione (e sorvolo sull’autorevolezza delle cosiddette “scienze economiche” perché non voglio infierire). Così è ovvio che la reazione di chi non crede a quei numeri sia di proporre la costruzione di più piscine pubbliche al posto dell’Expo. Ma se una cosa ha un valore solo se fa guadagnare, che ce ne facciamo della ragione? Se il principio informatore di ogni decisione è la matematica, non faremmo molte cose che invece svolgiamo ogni giorno. Se lasciassimo ai professori ogni decisione sul cosa fare e cosa non fare, risulterebbe che perfino vivere ha un costo che non vale l’investimento.

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