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Il federalismo che non convince

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Lunedì, 31 Maggio 2010

C’è un cosa che non mi torna nella vicenda del federalismo. Perché un’organizzazione federale dello Stato dovrebbe indurre le aree (Regioni) del Paese che non sono mai state virtuose nella gestione dei soldi pubblici a diventarlo? Vediamo.
Un amministratore locale, oggi come domani, viene eletto, è inutile che ce lo nascondiamo, non tanto e non solo sulla base della condivisione di principi politici, ma anche e soprattutto perché utilizza i soldi pubblici in modo da creare consenso. Da qui l’esplosione dei buchi nei bilanci delle regioni soprattutto del Sud. Quei soldi sono andati a finanziare un sottobosco sociale che in un’economia sana avrebbe dovuto fare lo sforzo dell’efficienza. Perché mai dovrebbe farlo se fosse inserita in un sistema politico federale? Perché mai il presidente di una regione del Sud dovrebbe, per esempio, bloccare il turn over dei dipendenti pubblici locali (alcune regioni hanno il triplo degli addetti della Lombardia producendo la metà del Pil) dai quali ottiene a ogni tornata elettorale il consenso? D’altra parte, non bariamo: se una regione presenterà, in pieno regime federalista, uno sbilancio nei conti pubblici superiore a quello odierno, cosa facciamo, espelliamo quella regione dall’Italia?
Non sarà il federalismo a salvare il Sud, ma i meridionali.
Se continueranno a votare ed eleggere le stesse persone che li hanno sfruttati per avere un palcoscenico nazionale, se continueranno ad acclamare politici incapaci che però garantiscono posti di lavoro fasulli (dice niente lo scandalo dei forestali calabresi?), prebende e garanzie ingiuste, allora sarà la fine del federalismo. Le prossime elezioni regionali sono un’ottima occasione per vedere che cosa ha deciso il Mezzogiorno per se stesso.

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