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Democrazia o stabilità?

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Martedì, 10 Aprile 2018
Luigi Di Maio-Matteo Salvini © Getty Images (2)

C’è stato, piano piano, senza che ce ne accorgessimo, un cambiamento epocale nel giudicare gli eventi politici. Soprattutto in Italia. Il cambiamento ha riguardato il criterio nel giudizio e, attenzione, il criterio è quello che più conta perché da esso discende tutto il resto. In sintesi: al criterio di “democrazia” si è sostituito quello della “stabilità”. 

Se prima, diciamo fino all’inizio degli anni 2000, si giudicavano i risultati delle elezioni partendo dal principio di “democrazia”, successivamente i risultati sono stati giudicati in base al criterio della “stabilità”. L’esito del voto viene commentato in base al fatto che questo produca o meno “stabilità”, mentre fino agli anni 2000 la formazione del governo era ispirata alla “rappresentanza”. Un esecutivo che deve nascere non è buono o cattivo in base alle classi sociali che rappresenta, ma in base al fatto che garantisca più o meno “stabilità”, qualunque accezione vogliamo dare a questo termine.

Al di là delle idiosincrasie personali, questo è il motivo per il quale il giorno dopo le elezioni non è stato pacifico per tutti che il governo “giusto” in base ai risultati dovesse essere quello formato da Lega e 5 Stelle. Non lo è stato perché i due partiti non garantirebbero “stabilità”, anche se, è pacifico, garantirebbero il rispetto dei risultati delle elezioni e quindi la “democrazia”. Il problema è che al popolo della stabilità non sembra importare molto: ne sono stufi, così come lo sono del partito che la incarna, il Pd. Non solo: il popolo ha punito anche quel partito che, sul finire della campagna elettorale, ha provato ad accreditarsi come titolare del valore della “stabilità”, Forza Italia.

Ma la “stabilità” è alternativa alla “democrazia”, nel senso che può succedere, e spesso succede, che quando si vota il risultato non corrisponda al cosiddetto “bene del Paese”, che consiste in governi che garantiscano “continuità”. La declinazione italiana della “stabilità” è l’Europa, dalla quale ne sgorga incessantemente moltissima e pochissima “democrazia”. Il voto del 4 marzo, perciò, è anche un voto democratico contro l’Europa. Significa che, se si volesse rispettare la volontà popolare, il governo dovrebbe essere composto da chi ha vinto, incarnando i valori alternativi rispetto alla “stabilità”, e cioè Lega e 5 Stelle. Naturalmente la presenza di Salvini e Di Maio nello stesso governo sarebbe un cocktail esplosivo e sono disposto a scommettere una cena che, se dovesse nascere davvero un governo Lega e 5 Stelle, non riuscirebbe a governare per più di... diciamo due anni (si trova sempre un magistrato che...).

Tutto questo significa che, se vogliamo la democrazia, non possiamo avere l’Europa (come ha scritto Ralf Dahrendorf) e che, se non si rispetta il mandato popolare questa volta, la prossima volta tanto vale non votare.

P.S. Naturalmente, se nasce un governo Salvini-Di Maio io entro in latitanza.

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Anno XIII n 12 dicembre 2018
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