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Chiamatemi puttana

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Giovedì, 06 Dicembre 2018
giornalisti-protesta © Getty Images

Francamente non capisco perché i giornalisti, casta della quale faccio parte, si offendono se il potente pro tempore li insulta. L’episodio è noto: Alessandro Di Battista (che peraltro non ha nessun ruolo di governo, ma conta più di quello che sembra nel M5S) ha definito i giornalisti «puttane» e il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, li ha chiamati, con il suo tradizionale italiano approssimativo, «infimi sciacalli».

La categoria è impazzita: ha addirittura organizzato un flash mob, che non so esattamente nemmeno che cosa sia e al quale, quindi, non ho partecipato, contro gli insulti dei politici. Le migliori (si fa per dire) menti democratiche italiane hanno affilato il pennino per replicare alle accuse tirando in ballo il famoso «rischio per la democrazia» e il mitologico «rischio per la libertà di stampa». Follia. La democrazia sta benissimo e la libertà di stampa non è affatto in pericolo perché un paio di politici insultano i giornalisti. Anzi. Io sono orgoglioso se un politico mi insulta. Ne vado fiero. Lo grido ai quattro venti, come ho sempre fatto. Giro a testa alta e sfoggio il dileggio di un politico nei miei confronti come fosse una medaglia al merito. Se poi mi chiama puttana, godo come un matto.

Mi esalto per un vaffanculo di un potente, l’odio di un ministro mi rallegra la giornata, perché significa che sto facendo bene il mio mestiere. Significa che gli ho fatto male, che ho scritto ciò che lui non voleva che io scrivessi.Ogni insulto è un onore. Un vanto. Il problema vero è quando i giornalisti (categoria collettiva inesistente, esistono solo i singoli giornalisti) vengono accarezzati, adulati, lusingati, incensati e ossequiati. Il pericolo vero per la democrazia e il vero pericolo per la libertà di stampa è quando un potente chiama un giornalista «amico mio», quando lo invita a casa sua, quando gli offre la cena (e non aggiungo altro). Quello sì che è un problema, perché il giornalista si è fatto (consapevolmente o inconsapevolmente, per essere buoni) “catturare” dal potente, cioè, è entrato nella sua bolla di influenza e, invece di controllarlo, lo scusa, lo comprende, lo assolve. Quindi, se mi volete fare un complimento, insultatemi. Anzi, chiamatemi puttana.

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LA RIVISTA
Anno XIII n 12 dicembre 2018
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