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Chi fa impresa non va trattato come un funzionario

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Venerdì, 03 Ottobre 2014

Sto leggendo Imprenditore, risorsa o problema , un libro (edito dalla Bur) coordinato da Giorgio Fiorentini, Giulio Sapelli e Giorgio Vittadini, che contiene interventi di imprenditori e manager sul tema “Impresa bene comune”. A parte l’intervento di Giulio Sapelli (per me sempre un faro nella nebbia) l’intervento che mi ha fatto più riflettere è quello di Pietro Modiano, ex banchiere e attuale presidente della Sea. Modiano scrive: «Ho la sensazione che in Italia domini ancora il desiderio di arricchimento personale. Proprio perché l’imprenditore si ritiene eroico, c’è la propensione ad appropriarsi dei risultati per sottrarli a un mondo ritenuto malvagio. Temo che molti imprenditori, soprattutto di seconda e terza generazione, vogliano diventare rentier».

© istockPhoto.com/Yuri

ITALIA PAESE INOSPITALE PER L’IMPRENDITORE. Interessante. Se fosse vero spiegherebbe almeno in parte il declino italiano, ma se fosse qui davanti a me, gli farei questa domanda: perché l’imprenditore italiano si sente eroico ed è propenso ad «appropriarsi dei risultati» (stante che è libero di farlo, naturalmente)? Provo a dare la mia risposta (magari in attesa della sua). Io penso che l’Italia sia davvero “inospitale” verso l’imprenditore. Lui risponde, più avanti, che è una tesi insostenibile date le quattro milioni di imprese che abbiamo, ma io resto della mia opinione. E, se quello che penso è vero, ancora, mi chiedo: perché? Io penso che l’alta tassazione, l’eccessiva burocrazia, i mille lacci che ostacolano l’impresa, quella onesta, naturalmente, di queste stiamo parlando, siano il frutto di un pensiero che sta a monte e, cioè, che l’imprenditore “si fa i suoi interessi” e, facendoli, non fa il bene comune.

IL DOVERE DI CHI FA IMPRESA. Il pensiero dominante in Italia è che, essendo il lavoro un diritto, l’imprenditore fa semplicemente il suo “dovere” verso il Paese, come fosse un funzionario della grande macchina economica. E, se fallisce, va punito. Da qui una legge fallimentare che, prima che venisse parzialmente modificata, metteva la parola fine non sulla carriera imprenditoriale di una persona, ma sulla sua stessa vita civile. Chi fallisce (chi fallisce “onestamente”, non se fa bancarotta fraudolenta) è ritenuto una persona “cattiva” in sé, perché non ha eseguito il suo “dovere”.

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SE VOGLIAMO CAMBIARE IL SUO
ATTEGGIAMENTO, FORSE DOBBIAMO
PRIMA CAMBIARE IL NOSTRO VERSO DI LUI

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SE IL LAVORO È UN DIRITTO. Se il lavoro è un “diritto” (proclamato, più che realizzato nei fatti, purtroppo) allora l’imprenditore non è una persona brillante, che rischia, che è disposto a giocarsi tutto e che chiama attorno a sé altre persone disposte, come lui e insieme a lui, a rischiare, a provarci, a impegnarsi, a crescere, ma è quasi un funzionario che assicura il soddisfacimento di quel diritto. Da qui, credo, l’atteggiamento ostile dell’imprenditore verso l’ambiente circostante il quale è sospettoso verso chi, facendo il suo dovere, ci guadagna.

Pietro Modiano ha ragione, è vero quello che dice, soprattutto è vero che gli imprenditori di seconda e terza generazione vogliono diventare rentier, ma loro sono un problema sociale e contemporaneamente umano, cioè di educazione da parte dei genitori. Ma se si vuole cambiare l’atteggiamento dell’imprenditore, forse va prima cambiato l’atteggiamento di tutti noi verso di lui.

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