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Addio Fiat

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Domenica, 16 Febbraio 2014
Sergio Marchionne © Getty Images

Sergio Marchionne

Quest’anno la Fiat abbandonerà l’Italia. È inutile far finta di non saperlo. La fusione con la Chrysler, lo spostamento del quartier generale a Detroit e la quotazione alla Borsa americana, sono tre avvenimenti che, tutti insieme, rappresentano la perdita di una delle più importanti imprese nazionali, che da sola vale qualche punto di pil. Lo sanno tutti: sindacati, Confindustria e politici, ma preferiscono non parlarne e, piuttosto, perdere tempo prezioso attorno a nuovi “piani per il lavoro” facendo credere che siano le leggi a creare occupazione mentre invece sono le imprese. Imprese come la Fiat.
L’acquisto della Chrysler (con i soldi della Chrysler) da parte dell’amministratore delegato Sergio Marchionne è certamente un capolavoro finanziario e industriale iniziato nel 2009, ma allo stesso tempo pone degli interrogativi dei quali un Paese dovrebbe discutere e trovare soluzioni. E, per farlo, ci sono solo due anni di tempo, perché tra due anni scade la cassa integrazione che ancora interessa la maggior parte dei dipendenti del gruppo. Per il sistema industriale, metalmeccanico in particolare, è importante sapere che cosa si intende fare quando la nuova conglomerata americana spiegherà che non ha senso economico tenere aperti cinque stabilimenti in un Paese nel quale non riesce a vendere 400 mila auto l’anno.

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LE SOLUZIONI SI POSSONO TROVARE, MA SOLO SE SMETTIAMO DI CHIUDERE GLI OCCHI DI FRONTE ALLA REALTÀ

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Credo che la strada migliore da percorrere sia quella di accelerare il processo e non cercare di procrastinarlo più in là nel tempo. Se non ha senso economico tenere aperte cinque fabbriche, occorre chiedere subito alla Fiat quali sono i suoi programmi per l’Italia e attivarsi per offrire l’opportunità ad altre imprese di rilevare quegli impianti condannati alla chiusura. Attendere che sia Fiat-Chrysler, o come si chiamerà, a dettare i tempi significa ritrovarsi a dover gestire un’emergenza, che non sarà solo occupazionale ma soprattutto industriale, in modo precipitoso, come abbiamo fatto nel 2012 quando la Fiat ha chiuso Termini Imerese e l’Italia non ha trovato di meglio che sussidiare un produttore italiano dal fiato corto come Dr che, infatti, non è riuscito, nemmeno con i soldi pubblici, a rimpiazzare la Fiat. Attendere, facendo finta di non sapere quello che succederà, è il classico atteggiamento di chi è stato abituato a non risolvere i problemi mentre invece, ora più che mai, servono politici lungimiranti e sindacati seri oltre a una Fiat responsabile. Questi tre soggetti devono cominciare ora a immaginare soluzioni da implementare tra due anni, che sia una riconversione produttiva dei siti a rischio, che sia la bonifica e la loro trasformazione in qualcos’altro, che sia la continuità produttiva nel settore metalmeccanico con un diverso proprietario. Le soluzioni si possono trovare, ma solo se smettiamo di chiudere gli occhi di fronte alla realtà e abbandoniamo la paura di dirci come stanno davvero le cose.

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