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Welfare, chi era costui?

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Lunedì, 07 Marzo 2016

Oggi si parla sempre più spesso di welfare, anche se di fatto ce n’è sempre meno a livello statale, mentre aumenta quello contrattuale e/o aziendale.

Infatti, il Welfare State è in ritirata proprio nella sua patria, l’Europa. Qui ebbe i suoi primi vagiti nel 1600, si rafforzò nella prima rivoluzione industriale e prese corpo nel primo Dopoguerra. Qui trova oggi seri problemi di sostenibilità.

L’ “altro” welfare, invece, si è sviluppato, principalmente a partire dal primo Dopoguerra, in alcuni contratti collettivi nazionali di lavoro e in alcune aziende. In Europa ha prevalso lo sviluppo a livello contrattuale, seppure vi siano fulgidi esempi di welfare aziendale quale quello della Olivetti dei tempi d’oro e di altre – poche, ma non pochissime – aziende più o meno grandi e note. Mentre fuori dal Vecchio Continente, soprattutto in Usa, ha prevalso quello aziendale, diventando oggi sempre più un modo per attrarre i lavoratori e dare loro benessere.

Adriano-Olivetti © Getty Images

Adriano Olivetti è stato uno dei primi imprenditori al mondo a promuovere forme di welfare all'interno delle aziende

Come descrivere se non così aziende quali Google dove ci sono asili nido per i figli, palestre per i dipendenti, formazione per i lavoratori e addirittura i loro familiari, sanità, previdenza e soprattutto servizi e orari di lavoro capaci di conciliare al meglio le esigenze dell’azienda e quelle dei singoli.

Bene, tutto questo ben di Dio lo hanno anche alcune aziende italiane, anche se forse non con tutte quelle opzioni e quegli estremi. Ma soprattutto lo hanno i contratti collettivi di lavoro, alcuni da anni e oggi, almeno a un livello minimo, quasi tutti. A riprova del fatto che non tutto quello che è sindacato è vecchio e da rottamare.

Insomma, il welfare, in calo nell’alveo pubblico, è sempre più al centro della vita e del lavoro di oggi. Se ne parla e se ne fa in tanti modi. Il Governo lo favorisce nella recente legge di Stabilità legandolo alla produttività per i dipendenti e lo introduce poi anche per le partite Iva con un apposito decreto legge.

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C’È BISOGNO DI UN SINDACATO

CHE PENSI A TUTTI SENZA TEMERE

LE SFIDE DELLA NUOVA ECONOMIA

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A riprova dell’importanza che ormai tutti gli riconoscono per darci reali prospettive di crescita, il welfare è oggi diventato in Italia anche un indice. È, infatti, prossimo al debutto ufficiale il Welfare Index pmi, il primo indicatore che misura il welfare aziendale delle piccole e medie imprese italiane. Promosso da Generali Italia, con la collaborazione di Confagricoltura e Confindustria, questo indice si propone come un servizio gratuito che consente alle imprese di misurarsi sotto questo aspetto.

Lo sviluppo e l’essenza di questo indice ci svelano tante cose. Ha infatti coinvolto 2.140 aziende per misurare dieci piani di intervento delle pmi: dalla previdenza integrativa alla salute, dalle assicurazioni per dipendenti e famiglie alla tutela delle pari opportunità e del sostegno ai genitori. Analizzate anche la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, la formazione, la sicurezza e la prevenzione, senza dimenticare il sostegno economico ai dipendenti, alla mobilità delle generazioni future, ai soggetti deboli e il welfare allargato al territorio.

Insomma, una chiara dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che del sindacato capace di ragionare a favore di tutti, come ha fatto nella decennale costruzione di un virtuoso welfare contrattuale, e innovativo, quando guarda al benessere e alla produttività di persone e aziende, c’è un gran bisogno.

E per far sì che tutte le aziende, anche quelle piccole e medie, in Italia così diffuse, abbiano reali chance di guardare a uno sviluppo strutturale e di crescere per dimensione, ma soprattutto per cultura e mentalità, serve anche il sindacato. Un sindacato capace di tracciare vere e concrete linee guida del welfare a livello di contratto nazionale e poi seguire e favorire la loro messa in opera a livello di singola azienda. Uno che non abbia paura delle sfide, ma che le cavalchi per vincerle. E serve anche uno Stato che non arretri in toto e crei il terreno favorevole a far sì che il welfare divenga una vera e propria arma competitiva.

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