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Start up, non lasciamole sole

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Lunedì, 09 Marzo 2015

Se provate a cercare start up su Google, la pesca è abbondante e disorientante. Con questo termine s’identifica la fase d’avvio di una nuova impresa. Inizialmente veniva usato unicamente per realtà legate a Internet o alle tecnologie dell’informazione, poi è diventato sinonimo di tutto e di più. Comunque ben vengano le start up, che, parlando di quelle tecnologiche e innovative, in Italia sono sempre troppo poche. Oggi infatti sono oltre 3 mila le startup innovative (erano 1.227 nel 2013), ma poi sono solo 197 sono quelle finanziate (113 nel 2013) con 36 (32) investitori istituzionali, di cui sei pubblici e 30 privati. Per inquadrare il fenomeno a tutto tondo, pensiamo che 100 (97) sono gli incubatori e acceleratori di cui 60 pubblici e 40 privati; 38 (40) i parchi scientifici di cui 35 pubblici e tre privati; 62 (63) gli spazi di coworking; 52 (33) le competizioni dedicate alle start up.

start up © iStockPhoto

Dobbiamo però fare ancora di più per dare slancio, ma soprattutto sostanza e capacità di crescere alla nostra forte natura imprenditoriale, che negli ultimi anni di crisi economica ha pagato pegno, vedendo nascere meno imprese e chiuderne di più. Anche se qui abbiamo qualche debole segnale positivo: a fine 2014 il saldo tra aperture e chiusure di aziende è positivo per 30 mila unità. Le imprese registrate sono così cresciute nel 2014 del 0,51% rispetto allo 0,21% dell’anno precedente. Un risultato determinato dalla fortissima frenata delle cessazioni (31 mila in meno dell’anno precedente), che tornano ai livelli precedenti il 2010, indicando forse una potenziale inversione di tendenza.

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SEMPRE PIÙ MANAGER SCELGONO
LA VIA IMPRENDITORIALE DI FRONTE
ALLA PERDITA DELL’INCARICO

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Bello è poi scoprire che oggi tra i protagonisti di tante start up, innovative o classiche, ci sono sempre più manager, che hanno scelto, volenti o nolenti, la via imprenditoriale di fronte alla perdita dell’incarico o a un lavoro che gli stava stretto. Ancor più importante è sapere che le imprese lanciate da loro sono quelle che raggiungono i migliori risultati per dimensione (fatturato e dipendenti), innovazione e diffusione (Europa o mondo). Anche in questo senso, sono stati sicuramente ben investiti i 9,7 milioni di euro, finanziati dal Fondo sociale europeo, destinati e interamente spesi negli anni scorsi dal ministero del Lavoro su iniziativa di Italia Lavoro per sviluppare politiche attive a favore dei manager e della competitività e innovazione delle imprese. Queste politiche tese a incentivare l’assunzione di dirigenti e quadri disoccupati, soprattutto nelle pmi, e forme di autoimpiego o creazione d’impresa non possono che aver rafforzato le fondamenta del tessuto imprenditoriale e economico nazionale.

Basti pensare che proprio chi è stato dirigente, quando diventa imprenditore, mettendo in piedi un’azienda propria o con una forte partecipazione personale, punta da subito sul darle, anche grazie alla sua presenza, una forte organizzazione e gestione manageriale. Questo trova ancor più forza dal fatto che questi imprenditori ex dirigenti, appena possono creano nella loro azienda una struttura di governance e organizzativa con ruoli ben definiti tra imprenditori e management, e i manager li prendono dall’esterno e li nominano dirigenti dando loro deleghe e poteri, per avere in cambio responsabilità e risultati. Qualcosa di simile a quello che era successo negli anni ’60 con gli operai che uscivano dalle aziende per diventare imprenditori del loro indotto, che qui succede con i manager, ma senza che ci sia nessun indotto da sviluppare, ma tutto da inventare.

Insomma, per concludere. Ben vengano le start up, e facciamo di tutto affinché ce ne siano sempre di più e sempre più nei settori a più elevato tasso di sviluppo e valore aggiunto. Però, attenti a quello che succede dopo. Se vogliamo che queste start up ripaghino con gli interessi sforzi, speranze ecc. dobbiamo favorire quelle a maggior possibilità e tasso di successo, perché sono innovative, sono nei settori tecnologici e a maggior valore aggiunto e perché hanno forti dosi di managerialità nella loro organizzazione. Tutto questo per avere maggiori garanzie di crescere solide, nuove e capaci di muoversi al meglio sui mercati mondiali.

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Anno XII n 12 dicembre 2017
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