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Manager in fuga. Verso il futuro del Paese?

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Martedì, 11 Dicembre 2012

Come vanno le cose per il management italiano dopo anni di crisi? I dirigenti che perdono l’incarico continuano a essere tanti: 8.700 in tutt’Italia nei primi nove mesi del 2012. E sono stati ben 43 mila dal 2008 al 2011.
A fronte di questa situazione succede poi che i manager decidono sempre più di spostarsi all’estero. Lo si fa per crescere professionalmente nelle multinazionali, i cui headquarter sono sempre più strutturati Oltreconfine, e lasciano meno responsabilità negli altri Paesi. Ma si va all’estero anche perché una volta perso l’incarico il nostro mercato offre sempre meno opportunità di reinserimento. Il fenomeno, che riguarda oggi circa 5 mila dirigenti, è in forte aumento negli ultimi anni in tutta la Penisola, ma soprattutto a Milano. Si pensi che sino al 2008 dei manager che ogni anno lasciavano l’azienda, per propria volontà o perché allontanati, solo l’1% in Italia e il 2% a Milano espatriava in modo stabile. Oggi siamo al 2,5% a livello nazionale e all’8% nel capoluogo meneghino. Dall’inizio dell’anno possiamo stimare che nella sola Milano siano già oltre 200 i manager che hanno scelto di fare le valige. Del resto, che il mercato sia asfittico non ci sono dubbi. Dal 2008 al 2011 c’è stato un calo di quasi 2.500 dirigenti.

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C’è però da registrare anche un fenomeno positivo: a fronte di un calo degli uomini del 3,3%, le donne sono aumentate del 15,4%. Un fenomeno dovuto al sempre maggior grado di istruzione e di libertà di giocarsi la sfida professionale. Poi c’è un effetto anagrafico. Tra i dirigenti, partendo da un livello di presenza femminile bassissimo, quelli che raggiungono la pensione o vengono espulsi sono quasi tutti uomini, mentre il turnover e l’ingresso di nuovi professionisti vede una maggior presenza di donne. Le regioni managerialmente più tendenti al rosa? Calabria (20,9% le donne dirigenti), Molise (18,6%), Lazio (18,5%), Valle d’Aosta (16,8%) e Lombardia (15,3%). Ultime Abruzzo (7,9%) e Trentino Alto Adige (7,3%).
Questo indica che l’area geografica non incide più di tanto. Inevitabile sottolineare un’altra storica e strutturale criticità: la debolezza dell’Italia dal punto di vista manageriale. Nel nostro Paese c’è meno di un dirigente (lo 0,9%) ogni cento dipendenti, a fronte del 3% di Francia e Germania, che non a caso sono economicamente più in salute e competitive.
Che fare? Dobbiamo lavorare perché le Pmi, anche e soprattutto grazie a una maggiore managerialità, possano trovare vie utili per competere. Non tanto crescendo tutte per dimensione, ma facendo sì che imparino a lavorare di più e meglio in rete, a collaborare al loro interno e fuori con fornitori, partner e clienti. Solo così potremmo ridare slancio alla nostra economia e non disperdere le tante valide competenze manageriali che oggi si vedono espulse dalle aziende, senza sbocchi in altre imprese che invece potrebbero trarre valore dalla loro professionalità. Solo così potremmo mettere a fattor comune la fuga dei manager all’estero, che poi fuga non può essere perché anche Oltreconfine non ci sono margini enormi. Ma queste esperienze sui mercati globali possono essere un fattore competitivo per un’economia che voglia crescere. In questo modo potremmo dare ancora più spazio alle donne ai vertici, che se lo meritano tutto. Senza contare che le esperienze all’estero, soprattutto se contraccambiate dall’ingresso nel nostro mercato di risorse straniere, non possono e non devono essere viste come una fuga, ma come un investimento per il futuro. Certo, a patto che il Paese riprenda a crescere, si managerializzi e sia pronto ad accoglierli per valorizzare e sfruttare questo investimento

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