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Manager: il lavoro di cambiare lavoro

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Venerdì, 02 Agosto 2013

Siamo tutti consci del fatto che l’Italia deve cambiare. Ma poi spesso non sappiamo come e dove, o ancor peggio pur sapendolo non sappiamo farlo. Sicuramente uno degli ambiti nei quali dobbiamo impegnarci di più è quello del lavoro. Non facciamo che ripeterci che abbiamo professioni strozzate da troppi costi, leggi, vincoli e molto altro. Diciamo meno che abbiamo logiche organizzative e di visione e vissuto del lavoro che sono da ferriera. Che abbiamo pochissima managerialità: 530 mila manager su 11,3 milioni di lavoratori dipendenti secondo l’ultimo Censimento Istat. E non è un caso che dirigenti e quadri siano il 6,2% della forza lavoro dipendente al Nordovest, il 3,7% al Nordest, il 6,3% al Centro, l’1,2% al Sud e l’1,1% nelle Isole, in media il 4,7% in Italia.

© iStockphoto.com/Dean Mitchell

E i manager, i bravi manager, come ce ne sono tanti tra i pochi che ci sono attualmente, in questo hanno tanto da fare. Il contributo dei dirigenti all’indispensabile miglioramento del mondo del lavoro è lapalissiano. Un’azione oggi ancor più necessaria per aumentare la produttività e migliorare il benessere di lavoratori e aziende. Un obiettivo ambizioso che richiede più managerialità, nuovi modelli organizzativi e la collaborazione di tutti. Un cambiamento che per la grande maggioranza di manager e lavoratori italiani (indagini condotte per Manageritalia da Astra Ricerche e Duepuntozero Doxa nel 2012) passa per: valutazione delle persone su merito e risultati (96% manager; 88% italiani), gestione delle persone per obiettivi (93% e 81%), più formazione (93% e 91%), più gestione manageriale (92% e 72%), più collaborazione e meno gerarchia (87% per entrambi), maggior conciliazione tra vita professionale e personale (85% per entrambi) e introduzione di programmi di welfare aziendale (77% e 81%).
Oltre all’entusiasmo dei manager e dei lavoratori, alle teorie e pratiche note in ambito internazionale, abbiamo anche in Italia casi virtuosi. Tra questi le aziende, purtroppo pochissime, che anche ultimamente hanno puntato proprio sul welfare aziendale e su tutte le sue implicazioni per affrontare meglio la crisi. Perché aumentare produttività e benessere di lavoratori e impresa si può e si deve. E chi l’ha fatto, ha raggiunto risultati eccezionali. Si tratta di introdurre politiche, strumenti e azioni per migliorare l’organizzazione aziendale, la flessibilità, la collaborazione e la conciliazione della vita professionale e privata, la salute e il benessere in azienda. Tutti punti cardine di un cambiamento che si sta affacciando nella vita lavorativa. Tutti punti cardine che hanno nei manager uno degli attori principali, ma devono trovare negli imprenditori, nei lavoratori, ma direi in tutti noi e nella nostra società dei veri paladini. Ma ahimè questo è ancora un sogno. Basti pensare che oggi si parla tanto di staffetta tra senior e giovani in azienda, cioè che chi è prossimo alla pensione lavori meno per favorire l’ingresso di un giovane. Ma non si parla affatto di attuare in azienda politiche volte a favorire un proficuo scambio di esperienze e competenze tra le generazioni. Per recuperare quella produttività che abbiamo perso da oltre vent’anni e non siamo più capaci di riprenderci. Un modo per far sì che questo sogno divenga realtà.

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