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L’impatto del Decreto Dignità sulle aziende

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Giovedì, 06 Settembre 2018
candidati lavoro © iStockPhoto/BartekSzewczyk

Ai primi di agosto è stato approvato il Decreto Dignità che, a detta del suo estensore, il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio, ha l’obiettivo di «ristabilire i diritti sociali dei cittadini» perché «la dignità dei cittadini deve tornare al primo posto». Siamo d’accordo sulle premesse, che sposiamo in pieno.

Qualche dubbio, invece, lo abbiamo sulla natura dell’intervento che è andato ad agire sul lavoro più flessibile, ma ampiamente regolato (contratti a termine, somministrazione ecc.), trascurando in toto la precarietà vera, quella dei 3,3 milioni di lavoratori irregolari che emergono da un’indagine Censis e di Confcooperative dello scorso gennaio. Un sistema sommerso composto da lavoratori in nero, contratti autonomi irregolari e dipendenti mascherati da soci di cooperative, confermato anche da un recente rapporto dell’Inps.

Dubbi confermati dalle proteste di tanti imprenditori, anche quelli del Nord, che hanno supportato questo governo, circa l’effetto deleterio delle misure adottate sulla loro attività e sull’occupazione delle loro aziende e quindi degli italiani. Dubbi avvalorati da uno studio di Astraricerche condotto per Manageritalia su un campione rappresentativo dei dirigenti italiani. Nell’indagine i manager hanno affermato che le modifiche introdotte dal Decreto Dignità danneggeranno le aziende e l’occupazione.

Di fatto, la maggioranza ha detto che nella sua azienda le assunzioni con contratto a termine saranno disincentivate (62,3%), per il 33,9% resteranno invariate e per il 3,8% saranno incentivate. Chi pensa saranno disincentivate afferma a larghissima maggioranza (90,8%, quindi il 56,7% di tutti gli intervistati) che l’effetto sarà una diminuzione dell’occupazione complessiva nella sua azienda, solo uno su dieci (9,2%, 5,7% del totale) sostiene invece che ci possa essere un aumento delle assunzioni a tempo indeterminato. 

Per dare quindi dignità e senso al lavoro degli italiani, soprattutto per darne di più e di qualità, serve altro. È necessario che il governo crei le condizioni per una vera libera concorrenza, che incentivi soprattutto chi ha più possibilità di offrire uno sviluppo duraturo. Serve aumentare il tasso di managerialità dell’economia, una delle premesse per competere oggi sui mercati globali. Serve cambiare e migliorare l’organizzazione del lavoro e questo è diritto e dovere di manager e imprenditori. Tutto questo e altro serve per creare un ecosistema che supporti un reale sviluppo, il solo capace di toglierci da troppe impasse e situazioni deprecabili. Serve, però, puntare soprattutto sulla competenza e ascoltare chi è competente. Con la nostra indagine abbiamo voluto dar voce ai manager, che sono sicuramente competenti e i decisori su questi aspetti, soprattutto nelle aziende medio-grandi, quelle di cui abbiamo più bisogno per ridare competitività e slancio alla nostra economia e al nostro sviluppo.

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LA RIVISTA
Anno XIII n 9 settembre 2018
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