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L’Italia non è un Paese per manager

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Lunedì, 05 Agosto 2019
© iStock/gilaxia

In Italia abbiamo pochi manager in assoluto e pochi manager giovani rispetto ai principali Paesi nostri competitor. Basti pensare che i dirigenti pubblici e privati sono in Italia l’1,3% dei lavoratori dipendenti (1% quelli privati), contro una presenza media europea del 4,9%, del 2,5% in Spagna, del 3,7% in Germania, del 6,7% in Francia e del 10,3% in UK. Riguardo l’età, poi, i manager europei hanno in media 45,2 anni, quelli italiani 50,2. Di fatto gli assunti sono questi. Abbiamo meno dirigenti in assoluto perché le aziende familiari da noi hanno dirigenti esterni solo nel 33% dei casi, mentre in Europa quelle “managerializzate” sono l’80%. Abbiamo poi pochi dirigenti giovani per un’economia ancora troppo fondata su imprese a gestione familiare. Ma anche perché abbiamo meno aziende innovative e nei settori a elevata tecnologia, quelli dove far entrare e mettere giovani in posizioni di comando è un must per competere. E questo fa sì che senza questo bisogno i manager bravi vengano messi in posizioni dirigenziali più tardi. Anche se non mancano in Italia realtà multinazionali o innovative che, per esigenze di nuove competenze, li nominano prima.

In ogni caso, i giovani si stanno facendo largo, così come le donne. Si tratta solo di facilitare questo processo necessario per crescere puntando anche sui nuovi settori, quelli a più alto valore aggiunto. Infatti, tra i dirigenti privati gli under 35 sono meno del 2%, mentre gli under 40 sono il 7,5%. In ogni caso, nelle fasce giovani si fanno strada con forza le donne, che pesano solo il 17,1% tra tutti i dirigenti, ma ben il 32% tra gli under 35 e il 28% tra gli under 40.

Tutto questo sapendo che, senza vera managerialità, le aziende non diventano grandi e capaci di competere ai piani alti dell’economia mondiale. Anche perché, per farlo, serve innovare. E questo è un lavoro per manager giovani, ma non solo, perché tanti “over” guidano e hanno guidato aziende innovative: anche loro sono innovativi, ma lo sono di più se affiancati dalle nuove generazioni.

Il dibattito su questi temi cruciali per il futuro della nostra economia e del nostro Paese si è riacceso proprio recentemente, forse spinto anche da noi che da anni lo stimoliamo. All’intervento dell’ex manager e saggista Roger Abravanel, che sottolineava l’importanza di avere aziende grandi e quindi inserire professionisti in quelle familiari, ha risposto Francesco Casoli presidente Elica e Aidaf, associazione italiana delle aziende familiari. Quest’ultimo ha detto che «le imprese familiari crescono e si aprono. Certo, non tutte e molto lavoro è ancora da fare».

Bene, facciamolo insieme, perché ne va del futuro di tutti noi.

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LA RIVISTA
Anno XIV n 8 agosto 2019
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