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I dirigenti lottano con il morale alto

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Martedì, 05 Giugno 2012

Parliamo di felicità. Sul lavoro e nella vita in generale per i manager del settore privato. La riflessione su cosa oggi significhi essere felici è sollecitata da una recente indagine condotta da Doxametrics per Manageritalia che ha coinvolto oltre mille dirigenti in attività. Un’indagine voluta dal Gruppo Giovani di Manageritalia Milano per capire alcuni aspetti importanti per la ripresa: oggi i dirigenti sono “felici” professionalmente e personalmente? Come vivono il loro ruolo in azienda, in un momento dove c’è tanto bisogno di serrare le fila e assumersi responsabilità e rischi per tornare a crescere?

Grafico - Progetto manager

I risultati ci dicono che il 62% dei manager si dichiara felice della vita professionale, l’83% complessivamente felice della propria vita. Il 37% non sa se nei prossimi tre anni sarà più o meno felice, il 14% crede che lo sarà meno, il 27% come oggi e il 19% di più.
Questo emerge dall’indagine. La felicità prospettica è comunque positiva, dettata anche dalla responsabilità di tenere alto il morale, come spetta a chi vuole guidare persone e aziende, nonostante si affacci la consapevolezza di un futuro professionale e personale ancora più incerto e per nulla accomodante. Infatti, nei prossimi tre anni solo il 25% crede che avrà un miglioramento professionale e il 15% migliori opportunità occupazionali, il 13% spera in una maggiore sicurezza economica e solo 1 dirigente su 10 pensa che il tenore di vita suo e della sua famiglia migliorerà.
Da cosa dipende l’incertezza nel futuro? Certamente dalla situazione generale e da una fiducia in calo, ma anche da fattori fortemente legati alla professione. Il 73% degli uomini e il 76% delle donne dirigenti crede che il proprio futuro professionale sia incerto e non dipenda solo dalle proprie competenze. E questo è il vero nuovo e amletico dilemma. Un aspetto emerge su tutti e mi ha particolarmente colpito. È la consapevolezza di avere capacità e sufficiente agio per guidare aziende e persone (delega in azienda 76%, rapporti colleghi 75% e collaboratori 73%), di doversi gestire sempre più autonomamente il futuro professionale (56%), ma anche di dover operare in un contesto dove, per cause sistemiche strutturali e ora anche congiunturali legate alla gravissima crisi, c’è troppa attenzione al breve periodo e manca una visione di lungo (78%). Insomma, una sensazione di non poter dispiegare appieno il proprio ruolo, che è quello di far crescere aziende e persone e creare valore e non di tirare i remi in barca. Ecco, questo fastidio, denunciato a gran voce, per un de minimis che non dà futuro, ci rassicura sul fatto che lotteranno per cambiare le cose a partire da qui e quindi per disegnare un futuro migliore. Quindi, oggi, oltre a troppi manager licenziati e disoccupati come tanti italiani, molti di più per fortuna sono in azienda a lottare quotidianamente per aumentare fatturato e occupati. Sono 123 mila dirigenti del settore privato, con una retribuzione media di 100 mila euro lordi all’anno (4.000 euro netti al mese), che tutti i giorni insieme agli imprenditori e agli italiani che lavorano non si danno per vinti e si assumono responsabilità e rischi per fare l’impresa. È su questi, sulle loro capacità di lottare, che dobbiamo contare per poter ridare slancio all’economia, per far sì che aumentino fatturati e occupazione, per dare speranze e un futuro migliore a tutti quelli che oggi soffrono di più, chi ha perso un posto e fa fatica a ritrovarlo (giovani e over 50 su tutti) e chi un posto non lo ha mai avuto ma ha diritto ad averlo, giovani e donne in testa.

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