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Dirigenti pubblici, ancora non ci siamo

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Martedì, 03 Luglio 2012

Da chi e come vanno scelti i manager a capo di Authority e aziende pubbliche o partecipate dal pubblico? La risposta più ragionevole è una: sulla base delle capacità e dell’esperienza pregressa. Questo è il metodo seguito negli Stati civili ed evoluti. Ma l’Italia è un Paese strano e complicato, dove questo criterio non è mai stato adottato in modo serio. Un tentativo c’è stato, ma fallimentare. Il Governo tecnico, Monti e Passera, nelle recenti scelte dei vertici delle Authority hanno provato non solo a selezionare persone “competenti” e non colorate politicamente, ma anche ad affidare in alcuni casi la scelta, come avviene nelle migliori aziende private, a una nota società di executive search. Eppure quello che è un metodo logico e naturale si è scontrato con gli interessi dei partiti, intenzionati a mettere i loro “favoriti”, affinché le decisioni di chi guiderà quell’azienda e quell’Authority assecondino interessi di casta, categoria o personali.
Insomma, ancora una volta non ci siamo. Ecco perché vale la pena intraprendere una lotta contro l’invasione di campo dei partiti. Ne va del bene della collettività e di quello della categoria dei manager. Troppo spesso assistiamo a nomine “oltre ogni ragionevole merito”.

Progetto manager - Monti e Passera © GettyImages

Troppo spesso vediamo nomine “oltre ogni ragionevole merito”. Un danno per i cittadini e i manager

Questo è prima di tutto un danno per i cittadini, che hanno manager incapaci e per di più manovrati (quando va bene bravi, ma comunque manovrabili per interessi di parte), ma è un danno anche per gli stessi manager, che ne escono sviliti nel loro ruolo e funzione. In un Paese che anche e proprio nel settore pubblico avrebbe bisogno di bravi professionisti viene meno la reale capacità dei manager di incidere e determinare il buon andamento di un business o, ancora più grave, di un pubblico interesse.
Un problema che non riguarda solo i manager, ma tutte le professioni e i campi che hanno a che fare con la cosa pubblica. Non voglio negare a priori che l’influenza possa avere un senso, se fosse esercitata nell’interesse dei cittadini. Ma questo non accade: viene storpiata da chi dovrebbe occuparsi del bene di tutti e piegata ai tornaconti privati o di partito.
È venuto il momento di delimitare la sfera d’azione della politica, e soprattutto dei partiti, per massimizzarne qualità, efficienza ed efficacia. Evitando sconfinamenti e distorsioni. Per ridare a chi gestisce il potere la sua funzione vera e oggi ancor più indispensabile: la capacità di decidere cosa fare e non fare nell’interesse comune. Come dice Zygmunt Bauman, la crisi economica e l’ingiustizia crescente nella società nascono dal divorzio sempre più evidente tra il potere (facoltà di porre in atto un progetto) e la politica (capacità di decidere cosa fare o meno). A causa della globalizzazione queste due facoltà, congiunte per secoli nello Stato-nazione, hanno oggi sedi diverse. Il potere è trasmigrato in buona parte dallo tatonazionea uno spazio globale sopranazionale. Mentre la politica è tuttora relegata entro i confini degli Stati.
Dobbiamo ridare all’impegno in politica obiettivi alti, prevedendo anche che non sia per tanti una professione, ma un servizio alla collettività, limitato nel tempo, di validi professionisti nei campi di competenza. Dobbiamo ridare ai cittadini la voglia di partecipare alla politica per fare opera di stimolo e controllo ed esercitare appieno i loro diritti/doveri anche, ma non solo, con il voto. In definitiva, dobbiamo riprenderci il nostro Paese e il nostro futuro e affidarli solo a chi li ha veramente a cuore e agisce in quest’ottica.

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