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Come ripartire

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Giovedì, 07 Gennaio 2016
iStockPhoto/shironsov

Una grossa fetta dell’economia italiana è ancora imbrigliata in vecchie logiche ormai perdenti, incapace di abbracciare un vero cambiamento fatto di un nuovo lavoro basato su produttività e benessere di aziende e persone, di innovazione, concorrenza e competitività. Serve un lavoro forte di vera managerialità che metta le persone al centro e punti a sviluppare capacità di innovare e collaborare, muoversi e competere a livello globale. Non è un caso che permanga un forte e troppo sbilanciato dualismo tra poche imprese che, grazie a intelligenti imprenditori e manager, competono al meglio su mercati globali e le troppe che arrancano. Noi dobbiamo premiare le prime e sostenere quelle che le possono emulare, non quelle che non hanno più ragione d’essere.

Questa situazione non la riscontriamo nei numeri su pil e occupazione, ma se guardiamo alcune particolari realtà scopriamo le imprese che crescono nel valore aggiunto prodotto e nell’occupazione creata. Anche i servizi hanno oasi felici in grado di crescere e gettare l’embrione per quel terziario indispensabile per stare su mercati mondiali, dove i dirigenti hanno retto alla crisi stabilizzando la loro crescita e riprendendola già da alcuni anni. Quindi anche un Ccnl, quello dei dirigenti del terziario gestito da Manageritalia, ha retto e ora cresce. Perché le 8 mila aziende che hanno dirigenti all’interno, crescono e ben più della media del settore. Perché la crescita è legata all’aumento e al turnover di managerialità, di alte professionalità, quelle che pongono le basi per innovare e competere.

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A FRONTE DEI MUTAMENTI

IN ATTO, POTREMO INTERCETTARE

LA RIPRESA SOLO CAMBIANDO

DAVVERO TUTTI

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Quindi non è vero che i contratti collettivi sono vecchi o morti. Anzi, se capaci di portare valore al lavoratore e all’azienda, di avere linee guida che permettano flessibilità sana e giusta remunerazione della professionalità, anche attraverso un valido e innovativo sistema di welfare, diventano uno strumento indispensabile per gestire rapporti professionali e di fiducia. E di lavoro qualificato e contratti che lo facciano crescere abbiamo estremo bisogno. Non è un caso che l’ultimo rapporto Censis parli di un’occupazione che nelle sue dinamiche professionali qualitative si sta elevando per quei settori e aziende che ce la fanno, e si sta abbassando per chi arranca. Ancora più chiari sono i dati sulle previsioni dell’occupazione europea al 2025 del Cedefop (Agenzia europea per l’istruzione e la formazione professionale), che nei 28 Paesi considerati prevedono l’aumento del 15% dei dirigenti (68% per l’Italia), delle professioni intellettuali e scientifiche (Eu 28 14%, Italia 23%), delle professioni tecniche intermedie (Eu 28 12%, Italia 18%) e la riduzione di circa il 10% di impiegati, artigiani e operai. Allora forse dobbiamo smettere di guardare la luna e osservare il dito. Quelle dita – poche, ma buone – che ci indicano come ripartire. E, in questo caso, anche i dati ci dicono che i dirigenti e il management in generale hanno tanto da dire e dare. Ma dobbiamo farlo e in fretta. Perché il mondo corre e per non subirlo dobbiamo diventare tutti – politica, economia e società – veloci, incisivi ed equi. Dobbiamo riformare il Paese come ci diciamo da tempo, ma quello che stiamo facendo è troppo poco, troppo lento e troppo poco inclusivo ed equo. Soprattutto pochi paiono veramente convinti dell’obbligo, ma anche dell’opportunità, di cambiare. Ma, a fronte dei rapidi e continui mutamenti in atto a livello mondiale potremo intercettare la ripresa solo cambiando davvero e tanto tutti. Soprattutto partendo dalla mentalità.

Dobbiamo quindi lavorare insieme, in particolare le parti sociali, per cambiare davvero le cose. Perché i corpi intermedi, e soprattutto i sindacati, servono sicuramente in una società ed economia sempre più liquide, mutevoli, veloci e globali. Ma servono sindacati che giochino all’attacco, per creare il nuovo e quello che serve davvero oggi, non certo in difesa e a tutela di quello che non ha più presente e futuro. Solo così potremmo tutelare davvero le persone, le aziende e lo sviluppo, mettendo a fattor comune la forza dell’innovazione, prendendo a esempio i pionieri e trascinando tutti gli altri.

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