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Si fa presto a dire consenso

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Lunedì, 02 Gennaio 2012

Un fantasma si aggira per l’Europa. È quanto rimane di quel che fu il nobile concetto di consenso politico, trasmutatosi nel più prosaico consenso elettorale (o elettoralistico?). Un’alterazione che sta aggravando gli effetti di una crisi che non avevano certo bisogno di essere esasperati, e confondendo una gestione della res publica che pare aver smarrito l’ambizione di soddisfare i bisogni primari dei cittadini per blandire solo quelli dei propri elettori, reali e potenziali. Tanto in Italia quanto in Francia, Germania e Inghilterra. Per tacere di Grecia e Spagna. Il perché è presto detto. I partiti politici – insieme a sindacati e associazioni di categoria – hanno perso ogni autorevolezza, incapaci come sono di proporre una visione in grado di esaltare l’interesse generale, per limitarsi a difendere quelli di parte. Con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Un Berlusconi che ha dovuto dimettersi per non aver voluto scontentare il proprio elettorato “alto-spendente” con provvedimenti (vedi patrimoniale e riforma fiscale) che ne intaccassero le sostanze; lo stesso dicasi per la Lega e la sua inveterata difesa di un sistema pensionistico superato dal buonsenso e dalla storia. E per le stesse ragioni all’appello della manovra messa a punto dal governo Monti mancano le liberalizzazioni e i provvedimenti sulla crescita.

Angela Merkel, Nicolas Sarkozy © GettyImages

Non si salva neanche il duo Merkel-Sarkozy, le cui prese di posizione a livello europeo risultano in tutto e per tutto dettate dalle scadenze elettorali che li attendono a breve.
La verità è che, oltre a una più salda politica monetaria e a una più oculata gestione delle risorse interne, urge rivedere alla radice il concetto di consenso politico in quanto collante delle istituzioni. Questa crisi che sta falcidiando imprese e famiglie ormai da tre lunghi anni indica che l’era dei sondaggi al potere è ingloriosamente finita, che non si possono governare le nazioni solo col marketing e la finanza, né considerare più il voto come un prezzo anziché un premio. Indica che non basterebbe un nuovo sistema elettorale per risolvere di colpo le rinnovate esigenze di rappresentatività. Quando tutto rischia di crollare, gli statisti si assumono la responsabilità di scelte impopolari, i politicanti si lasciano ricattare dalla minaccia delle urne. E se qualcuno fosse tentato di controbattere che queste sono le regole della democrazia, saremmo tentati a rispondere che – per quanto maggioritari – non sempre gli umori della pancia del Paese coincidono col giusto. Chiedere a Ponzio Pilato per credere…

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