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Quel che insegna la moda

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Martedì, 07 Gennaio 2014

C’è una lezione che – al di là dei panegirici che hanno salutato la straordinaria performance della quotazione della sua Moncler – insegna l’esperienza del patron Remo Ruffini all’imprenditoria nostrana. Riassunta per una parte dalle sue dichiarazioni post exploit quando, al pari di un novello messia del fashion business, ha tracciato, a beneficio di centinaia di telecamere, microfoni, taccuini e registratori vari - la filosofia del suo successo: stare vicino al consumatore e al prodotto oltre che creare valore, avendo radici forti ma dimensioni globali. Il che, a leggere la cover story di questo mese, è per certi versi lo stesso iter (Borsa a parte) che intende perseguire un’altra griffe dell’Italian style, Trussardi, in virtù della riorganizzazione che si è impressa. E non sono i soli soggetti ad aspirare a tanto. Ciò vuol dire che il progetto industriale del comparto moda ha ormai un indirizzo ben definito. Ovvero, creare un ottimo prodotto, per certi versi unico, in grado di soddisfare un target di clientela ben chiara, ma - in quanto aspirazionale - potenzialmente ampliabile, anche perché in grado di competere su più mercati ai massimi livelli. Progetti che richiedono ovviamente grandi liquidità, non a caso molti marchi con i conti in dissesto hanno dovuto cedere il controllo alle grandi multinazionali francesi del lusso Kering e Lvmh, o approdare a Piazza Affari come Cucinelli, ma perseguibili anche in autonomia, al pari della Giorgio Armani.

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Attraverso i prodotti e i servizi che realizziamo a noi impreditori e manager spetta l’onere e l’onore di ridare lustro al brand Italia

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Se siete degli imprenditori o dei manager e state pensando che si tratti solo di vicende legate al rutilante mondo delle passerelle e che nulla hanno a che fare con altri settori merceologici, temo vi stiate sbagliando. Perché c’è una morale in tutto questo, che riguarda qualsiasi prodotto per ogni fascia di prezzo. “Come in alto, così in basso”, recita il principio fondamentale della Tavola smeraldina, seppur in un contesto decisamente meno prosaico. Lo stesso può esser fatto valere, con le dovute proporzioni e gli ovvi distinguo, a seconda dell’ambito economico in cui si opera. Infatti, siamo sicuri che se le aziende della moda hanno posto in cima ai fattori critici del loro successo lo stile-design, nonché la qualità e la reputazione, investendo percentuali importanti dei loro ricavi in ricerca&sviluppo e in marketing, queste siano priorità unicamente rapportabili al loro mondo? Siamo certi che il servizio al cliente e l’innovazione, che in rapida successione vengono posti a seguire come livello di importanza, siano perseguiti altrove con altrettanta determinazione? Inoltre, dopo anni di marchi che facevano realizzare all’estero in tutto o in parte i loro prodotti, queste aziende si stanno interrogando più di altre sulla tracciabilità della filiera nonché sulle strategie orientate al made in Italy. Soprattutto il turismo o il food avrebbero di che riflettere, visto che nel primo caso attiriamo meno turisti di Paesi con patrimoni paesaggistici e culturali di gran lunga meno straordinari del nostro, e nel secondo esportiamo decisamente meno di quanto facciano i nostri cugini francesi. E ho detto tutto… Ma vuoi che tutto questo non sia applicabile alle auto o ai giocattoli, alle piastrelle piuttosto che ai servizi?
Oggi esistono due modi antitetici di fare le cose: “all’italiana”, ovvero alla meno peggio, oppure seguendo i dettami del made in Italy, ovvero al top; in mezzo sta tutta una scala di gradazioni relativa ad aziende che realizzano prodotti pessimi, altri mediocri salendo via via fino ad arrivare al buono e all’eccellente. Ebbene, pensate a cosa potrebbe succedere alla nostra economia se in qualsiasi ambito si tendesse, per quanto possibile, al made in Italy? Lo so, la crisi è nera, ma se potessimo ogni tanto renderci conto di essere stati una delle culle della civiltà umana, nonché – solo per citare due esempi – la patria di un certo Leonardo da Vinci e del Rinascimento, forse capiremmo le ragioni per cui siamo il popolo più invidiato a livello planetario per il nostro modus vivendi, e diventeremmo consapevoli di lavorare in un Paese che è di per sé un brand. Fallita la politica, attraverso i prodotti e i servizi che realizziamo ed esportiamo, a noi imprenditori e ai manager spetta ormai l’onere e l’onore di ridare lustro e prestigio a tale brand, senza dimenticare che se sapremo farlo come si deve saremo i primi a raccoglierne i frutti.

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