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Nuovo non è necessariamente sinonimo di buono

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Martedì, 02 Aprile 2019
Photo by Henry & Co. on Unsplash

Ci sono numeri che da soli, in un colpo d’occhio, riescono a creare un quadro di insieme sullo stato di salute dell’economia di un Paese. Tra questi c’è il tasso di natalità delle imprese. L’Istituto Bruno Leoni si è cimentato di recente in tale esercizio, rilevando plasticamente come all’inizio degli anni Duemila in Italia sia nato solo l’1% in più di imprese rispetto a quelle che chiudevano i battenti (era il 3% nei precedenti 80 anni), e come negli ultimi dieci anni tale rapporto sia arrivato addirittura a zero e – più spesso – sottozero.

Credo e temo che questo dato da solo ponga una pietra tombale sopra ogni trionfalistica previsione, perché un Paese in cui il numero delle aziende si assottiglia senza che ne nascano altre per quantità e capacità in linea con le esigenze innovative della competizione globale, è un Paese senza futuro. Visto che da una parte non sarà in grado di giocarsela a livello internazionale e dall’altra sarà incapace di offrire un livello occupazionale tale per cui il mercato interno possa prosperare e continuare a pagare gli stipendi e, di rimando, alimentare i consumi. Pertanto, chiamatemi pure liberista o come volete, ma sono arciconvinto che sia l’impresa a creare con il proprio “fare” la ricchezza, mentre la politica può “solo” aiutarla nell’opera o metterle i bastoni tra le ruote. Così come sono convinto che sia necessario e doveroso supportare le start up, ma lo sia altrettanto (se non di più) essere al fianco delle aziende già esistenti, in quanto detentrici di un capitale storico e di un know how che con la loro chiusura andrebbero irrimediabilmente dispersi. Definitivamente. Perché non sempre il nuovo coincide a prescindere con il buono (nel senso di bene collettivo e di profittabilità economica), e anche perché – come dimostra il background della nostra manifattura – chi può contare su un passato ha molto da dire e da insegnare a chi è nato dopo: in qualsiasi campo e in qualsiasi fase.

Perciò, a dispetto del fatto che si profila all’orizzonte l’ennesima recessione, dobbiamo tornare invece a credere e a testimoniare con le nostre imprese che un nuovo equilibrio sia ancora possibile. Abbiamo bisogno di alimentare e far crescere la cultura che considera le aziende parte attiva e vivente del patrimonio prima del territorio in cui operano e poi nazionale. Occorre alimentare il sodalizio che fa procedere insieme le attività imprenditoriali e la società civile. Dobbiamo, insomma, ricominciare a sperare (e a lavorare per) l’insperabile, ovvero affinché sempre più aziende e progetti trovino nel nostro Paese la loro via, a dispetto di tutto e malgrado tutto.

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Anno XIV n 5 maggio 2019
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