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Meno populisti, più liberisti

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Martedì, 08 Maggio 2018
elezioni politiche marzo 2018 © Getty Images

Sinceramente non so se augurarmi che quando questo numero di Business People  sarà in edicola, l’attuale pantano politico sia già stato risolto. Perché pare che, così com’è successo in precedenza in Belgio, Spagna e Germania, senza un governo “a fare danni” l’economia del Paese proceda comunque. Anzi, forse meglio. Allora, perché non ingaggiare piuttosto dei capaci boiardi di Stato per affidargli l’amministrazione pubblica, anziché sottostare alle scaramucce tra quelle forze politiche – segnatamente Lega e M5s – che restano ingabbiate nei loro stereotipi? 

Si fa per dire, ovviamente; ma neanche tanto, dato che il bello, o per meglio dire, il peggio, deve ancora venire: presto o tardi dovranno pur dire al Paese che, per ragioni che erano palesi già ben prima delle elezioni del 4 marzo, non potranno dare seguito a molte delle promesse populiste che hanno indotto i cittadini a votarle… Non a caso alcuni organi di informazione hanno rilevato come, per esempio, i Cinquestelle abbiano già provveduto a “correggere” qua e là il loro programma online. Come al solito, tra il dire e il fare c’è di mezzo… (fate voi).

Dunque, bisogna tornare a ragionare per arginare le derive demagogiche che risultano, in questo momento, avere la meglio sulla scena politica per ricominciare a parlare di quel che serve all’economia, e perciò al Paese. Come? Riportando in agenda alcuni ingredienti di quella ricetta liberista, ostentata dai più ma mai eseguita a dovere. In primis aprirsi al nuovo che avanza, adattando – rapidamente – scuola, formazione, aziende, burocrazia e leggi alle esigenze di innovazione che promanano dalla realtà: non avere paura dei cambiamenti ma cavalcarli, senza penalizzare chi corre più degli altri, bensì mettendo tutti nelle condizioni di avere la stessa possibilità di accesso al mercato. Così come bisogna cominciare a ragionare seriamente sulla detassazione dei redditi delle imprese, in modo che tali risparmi possano essere reinvestiti nella produzione e di conseguenza restituiti alla comunità in termini di stipendi, bonus e dividendi. In un’epoca in cui, grazie alla Brexit e a Donald Trump, siamo tornati finanche a parlare di dazi, occorre rivalutare i meriti della libera circolazione delle merci e delle persone, apprezzare e valorizzare le diversità culturali per renderle occasioni di crescita e di sviluppo. 

Perché l’Italia, e l’Europa con lei, ha bisogno di rinascere a nuova vita, dove non siano limiti e condizionamenti a dettare le regole, ma la voglia di fare e di uscire dal pantano in cui noi cittadini siamo finiti senza averne alcuna colpa, se non quella di continuare a credere nella democrazia.

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Anno XIII n 10 ottobre 2018
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