BusinessPeople

Manager, quel rapporto responsabilità-prezzo

Torna a L'editoriale
Mercoledì, 01 Marzo 2017

Riflettevo in queste settimane sulle polemiche di stampa e giudiziarie relative alla condanna dell’ex amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, al processo sulla tremenda strage di Viareggio piuttosto che al rinvio a giudizio di Scaroni e Descalzi per le tangenti Eni in Nigeria. E riflettendo mi chiedevo se, al di là delle responsabilità dirette dei singoli, ovvero del fatto che abbiano effettivamente dato disposizioni perché si creassero le condizioni a presupposto del reato, non si stesse esagerando. Beninteso, non ho nessunissima intenzione di difendere i manager in questione, tanto meno di parlare di giustizia e di magistrati, quanto piuttosto mi piacerebbe capire come cambia e se cambia il concetto di responsabilità manageriale nell’era dell’imperante globalizzazione e dell’iperdigitalizzazione. Perché delle questioni vanno poste e a volte si è tentato di farlo, ma non ho la sensazione che abbiano condotto a risultati significativi.

"

IL TETTO DI 240 MILA EURO ANNUI

DI STIPENDIO CONDANNA

LE AZIENDE PUBBLICHE:

COSÌ SI ATTRAGGONO

SOLO DIRIGENTI MEDIOCRI

"

Mi chiedevo, e chiedo a qualunque nostro lettore in ascolto, in qual misura il manager di un’azienda o un imprenditore possa essere considerato direttamente responsabile di una colpa o di un reato commesso a sua insaputa da un suo dirigente o dipendente nell’esercizio della propria professione, a fronte di imprese sempre più grandi, con processi di lavorazione e distribuzione nei cinque continenti, che devono aver a che fare con leggi, usi e abusi locali, burocrazie e guerre di vario genere, più o meno striscianti; nonché a fronte di una tecnologia che ci permette di raggiungere e trasformare ogni cosa, e di hackerare ogni difesa. Lo so, lo so, in questi frangenti entra in gioco la regola della responsabilità oggettiva: la celeberrima prassi del “non poteva non sapere” tanto in voga nei processi a Silvio Berlusconi; come sono perfettamente cosciente del fatto che se un danno viene causato, qualcuno deve risponderne, altrimenti la giustizia sociale e legale andrebbe a carte quarantotto. Ma certo una riflessione seria su questo argomento va fatta.

Così come va fatta sulla scelta del tetto dei 240 mila euro annui di stipendio, perché, se tanto ci dà tanto, stiamo condannando di fatto le aziende pubbliche ad attrarre solo dirigenti mediocri: nessun professionista in gamba, con un minimo di possibilità di scelta, si sobbarcherebbe una simile responsabilità per un compenso tanto fuori mercato. Ecco perché sono più che mai convinto che quel tetto sia stato costruito con le tegole della demagogia, quella che colpisce nel mucchio e sobilla le masse esacerbate da burocrazia e inefficienza politica e amministrativa. Certo, se si dimostra che un’azienda pubblica è amministrata male, almeno si paghi poco chi la dirige, ma io direi piuttosto che sarebbe molto meglio scegliere qualcuno che venisse pagato tanto affinché la amministri altrettanto bene. Come dire? Non è una questione di costi, ma di risultati: se ti pago il doppio o il triplo, e mi rendi cinque o dieci volte tanto, il mio guadagno è evidente. O no? So bene che la questione presenta risvolti ancora più complessi, ma quelli di fondo appartengono alla prassi del buonsenso, aspetto che solitamente in questo Paese viene preso in ostaggio quasi sempre dalla faziosità.

POST PRECEDENTE
POST SUCCESSIVO
LE OPINIONI
PEOPLE MOVING
LA RIVISTA
Anno XII n 11 novembre 2017
Copyright © 2017 - DUESSE COMMUNICATION S.r.l. - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy - Credits: Macro Web Media