La ricchezza è un bene comune

Non credo di essere stato l’unico ad avere registrato nelle ultime settimane una sorta di accanimento mediatico nei confronti della ricchezza e dei suoi simboli. Dal blitz della Guardia di Finanza a Cortina in poi, c’è stato il fiorire di una sacrosanta indignazione contro i danarosi evasori, che a tratti ha virato in una lamentatio populistica. Ma, al di là del dato squisitamente giudiziario, che ha inflitto qualche grattacapo a certi spocchiosi viveur, tali operazioni inducono qualche riflessione su quanto sta accadendo da tre anni a questa parte all’economia mondiale, che costringe tutti noi – singoli e imprese – a ridefinire il concetto di ricchezza, e di rimando quello di sviluppo e i relativi percorsi per conseguirli.

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Per esempio, rimanendo nel nostro ambito, ho spesso avuto la sensazione che una larga parte della categoria degli imprenditori faccia coincidere il concetto di ricchezza con i profitti delle proprie aziende. Il che è vero, ma solo in parte e non sempre in automatico. Come ho la sensazione che troppi pensino di salvaguardare la redditività delle stesse tagliando trasversalmente i costi, senza prima operare una sana riflessione sull’aver fatto il possibile per riconsiderarne e adeguarne la posizione all’interno del mercato di riferimento. Eppure, secondo me, l’impresa oltre a essere un’entità economica è un soggetto sociale, perciò la ricchezza da essa creata non può essere misurata solo attraverso i bilanci, in quanto coincide anche col complesso di attività (dai prodotti/servizi agli stipendi utili ai dipendenti per mantenere se stessi e le loro famiglie) che essa genera sul territorio. Da ciò consegue che l’impresa è anche un soggetto politico, ormai forse l’unico – con lo scadere del ruolo dei partiti – in grado di incidere (nel bene e, visti i livelli di disoccupazione, nel male) direttamente sulla qualità della vita dei cittadini.
Ecco perché è mia opinione che si faccia un torto grave agli imprenditori sani, che operano in legalità e consapevolezza, quando la loro ricchezza viene stigmatizzata al pari di quella degli evasori e dei furbetti. Perché la prima è un bene comune, che va salvaguardato, mentre la seconda è un reato, che va perseguito. La qual cosa però non può che condurci a un’ulteriore considerazione di fondo: quando la notte scura della crisi si schiarirà, non sarà il caso di cominciare a riformulare il concetto di ricchezza dismettendo il modello di impresa di impronta tipicamente finanziaria, basato sulla redditività massima in tempi minimi e su trend di spesa nettamente superiori alle reali disponibilità, per fare posto a un modello di impresa economico-sociale ispirato piuttosto a una migliore sostenibilità, per chi investe, chi produce e chi consuma?
Pensiamoci, da qui all’alba c’è tempo.

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