La politica deve fare la sua parte

Ripartire. Ripartire prima di tutto. È questo quel che continuiamo a sentirci dire da mesi. Da quando l’Italia si è vista sull’orlo del baratro a fianco della Grecia. E da allora si è scatenata una guerra di dichiarazioni d’intenti, promesse, programmi da attuare nel brevissimo termine. Anche il governo Monti, che pareva impermeabile alla tentazione di dispensare parole d’ordine e slogan, per certi versi ha cominciato a pensare più alle dichiarazioni che ai fatti. In attesa di vedere che quelle dichiarazioni si trasformino in fatti, sindacati permettendo, tocca ancora una volta alle aziende italiane dimostrare che il nostro Paese è capace anche di agire. Gli imprenditori e i manager lo sanno: non è solo una questione di lotta per la sopravvivenza, di adattamento. Ma di avanzamento. Su un terreno friabile, in trasformazione continua. Un avanzamento veloce tra le regole e le prassi della globalizzazione.

Sergio Marchionne © GettyImages

I buoni esempi non mancano: ci sono uomini che hanno preso in mano imprese fallimentari, che sulla carta dovevano essere schiacciate dalla concorrenza internazionale, e le hanno trasformate in multinazionali (anche tascabili) capaci di competere su scala globale. Penso a quello che è riuscito a fare Marco Boglione creando BasicNet sulle ceneri dei brand Kappa e Jesus Jeans, o a Sergio Marchionne, che andando contro tutto e tutti, sotto l’egida di Fiat ha riportato all’attivo Chrysler, data più volte per spacciata dopo l’invasione dei veicoli orientali, tutti prezzo e sostanza. E che dire di Enrico Farinetti e del suo Eataly? Vorrei anche citare, giusto per non parlare solo del proverbiale spirito d’iniziativa piemontese, l’inventiva e la volontà di un manager-giornalista come Enrico Mentana, a cui è dedicata la nostra copertina, che ha portato una testata ai margini delle rilevazioni Auditel, il Tg La7, a erodere gli ascolti delle ammiraglie di Rai e Mediaset. Ma tutto ciò non basta, se le aziende non sono facilitate nel loro difficile compito. Ed è qui che la politica deve rientrare in gioco. Snellendo il cuneo fiscale, sostenendo le imprese anziché affossarle con nuove tasse e vincoli burocratici, aiutarle a ritrovare il coraggio di assumere, spendendo meno per i propri collaboratori e lasciando più denaro nelle loro buste paga. Il vero problema, in un mercato incredibilmente discontinuo e imprevedibile, non è tanto la facoltà o meno di licenziare, quanto la facoltà o meno di assumere quando ce n’è bisogno, senza timore di dover poi sostenere i costi fissi di una forza lavoro che nel giro di qualche anno rischia di diventare inespressa. Ma spetta di nuovo alla politica creare le condizioni perché la flessibilità sia un plus per le aziende come per i lavoratori, contribuendo allo sviluppo di un mercato in cui muoversi sia semplice, o per lo meno – grazie a degli ammortizzatori sociali intelligenti – sicuro. Solo allora, forse, si potrà dire senza tema di smentita, o di critica, che il posto fisso è monotono.

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