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La mafia è Capitale

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Martedì, 06 Gennaio 2015

Lo so, lo so, sulla questione di Mafia Capitale è stato già detto di tutto da tutti, ma consentitemi di dire anche la mia, perché è difficile, almeno per me impossibile, tacere o sorvolare su un malaffare che non è la causa, ma il sintomo di un problema più grave. L’incapacità di un Paese, di una società, di una comunità di isolare i delinquenti e i criminali. Anzi, ladri e assassini assurgono a uomini d’affari perché in fin dei conti chi è più furbo, da che l’Italia è l’Italia, ha avuto sempre la meglio. Ed è alienante verificare, attraverso le immagini sgranate delle telecamere e i dialoghi gracchianti intercettati sui telefonini, quasi fosse un enorme microscopio puntato su un’immane discarica subumana, come – per quanto rozzi e burini (nessuna sorpresa, ricordate l’aplomb di quel gentleman di Totò Riina?) – certi ceffi possano accaparrarsi gli appalti pubblici togliendo lavoro e risorse a chi, onesto, ne avrebbe diritto.

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Se non si interviene presto e bene,
le cronache sono destinate a regalarci
tanti altri Buzzi e Carminati

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La verità è che ormai l’Italia, dal Centro al Sud fino al Nord, è in mano alle mafie, da cosa nostra alla 'ndrangheta, dalla camorra alla sacra corona unita. D’altra parte siamo o no il Paese che ha inserito di recente nel computo del pil anche i profitti “sporchi” delle attività criminali? C’è chi sostiene che quella di Roma non sia mafia, ma si sbaglia: lo è a pieno titolo, la corruzione è di per se stessa, costituzionalmente, mafiosa. In quanto da sempre le organizzazioni criminali, con una mano danno (ai loro accoliti e alle loro famiglie nel caso finiscano in galera), e con l’altra tolgono: a tutti, in termini di attività lecite, quindi di lavoro sano che non si crea, di dignità e di speranza. I corrotti (e i corruttori) fanno altrettanto: danno a se stessi e ai loro sodali, togliendo a tutti gli altri. A Roma come all’Expo di Milano e al Mose di Venezia, solo per citare i casi più recenti che ci hanno trasformati – quasi se ne sentisse il bisogno – nello zimbello del mondo intero. In cosa sono migliori questi signori in giacca e cravatta da un Bernardo Provenzano qualunque che ha trascinato la sua trentennale latitanza per casolari e cunicoli diroccati? Certo, i palermitani mettevano le bombe per far saltare in aria i magistrati, ma siamo sicuri che chi specula sul bene comune, inquinando i servizi pubblici essenziali, chi (e sono migliaia) toglie prospettive a un intero Paese a suon di mazzette, sia meno colpevole? Falcone è morto per avere intuito che per colpire cosa nostra bisognava toccare il denaro dei clan. Anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale anticorruzione, non a caso con una lunga esperienza nell’antimafia, si è detto convinto che per combattere la corruzione bisogna adottare gli stessi provvedimenti che sono serviti a minare le fondamenta della criminalità organizzata, colpendone le attività economiche e i traffici. Ed è anche un segnale positivo (ebbene sì, a volte arrivano…) che Confindustria abbia annunciato che si costituirà parte civile nel processo agli imputati di Mafia Capitale, non tanto e non solo per una – per quanto legittima e lodevole – questione etica, ma perché se il nostro Paese riuscisse a ridurre la corruzione al livello della Spagna, il pil aumenterebbe di colpo dello 0,6%: se con Mani pulite l’Italia l’avesse ridotta al livello della Francia (-1 punto), il pil sarebbe stato nel 2014 di quasi 300 miliardi in più (circa 5 mila euro a persona).

Insomma, la legalità conviene, mentre la corruzione eletta a sistema (mafioso) ha compromesso il nostro presente, e sta fottendo il futuro dei nostri figli, alimentata dal torbido delle burocrazie, dalla lentezza del sistema giudiziario e dall’incertezza delle pene nonché dall’abnorme inadeguatezza della politica e dei politici. Credetemi, se non si mette mano – presto e bene – a tutto questo, le cronache sono destinate a regalarci nei prossimi mesi tanti altri emuli di Buzzi e Carminati.

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