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Imborghesiamoci, please!

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Domenica, 06 Settembre 2015

La borghesia va morendo: viva la borghesia! Nel nostro Paese sta sparendo il ceto medio e nessuno se ne allarma. Nessuno che faccia di questo olocausto quotidiano il tema di uno straccio di programma politico, lo spunto per un’interrogazione parlamentare, una qualsivoglia manifestazione di piazza. Già, perché solitamente a fare rumore sono le categorie più a rischio (il che è cosa buona e giusta), come dire: la classe operaia va sempre e comunque in paradiso, mentre la middle class sprofonda inappellabilmente all’inferno. Detto ciò, i numeri sono molto indicativi del fatto che oggi la classe media, che nel 2007 rappresentava il 57,1% della popolazione italiana, per effetto della crisi si sia ridotta al 38,5% (fonte Doxa). Questo perché 7 milioni di persone hanno perso le risorse che le ancoravano a tale status sociale, andando a finire in quelli immediatamente successivi.

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Sono le idee a renderci
liberi e a farci crescere.
Ed esse trovano
un terreno di coltura
più favorevole
nell’habitat della
vituperata classe media

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La cosa, come dicevamo, non sembra allarmare granché, benché questo fenomeno di lenta ma inesorabile erosione rischi a tutti gli effetti di comprometterci il futuro. E non per il ritrito e demagogico ragionamento che, così facendo, si sia bloccato ai piani bassi l’ormai mitico ascensore sociale, che consentiva alle nuove generazioni di migliorare in prospettiva le proprie condizioni rispetto a quelle dei genitori, quanto per un fatto strutturale. Oserei azzardare, finanche etico, senza per questo scomodare la filosofia piuttosto che la sociologia, preferendo darne piuttosto una lettura squisitamente e banalmente economica. La stessa che per certi versi ne dà l’economista Dirdre McCloskey, quando sostiene che «il nostro benessere viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di 3 dollari; oggi, a parità di valori, è di 80. In più ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l’elettricità, la radio, i sistemi idraulici». Continuando col dire che «l’uguaglianza come questione etica è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta: il 90% della riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche di spirito». Un punto di vista (personalmente) non del tutto condivisibile, ma di certo chiaro perché sostiene – e l’Italia del boom economico ne è stata la palmare dimostrazione – che sono le idee e non le ideologie a renderci liberi e a farci crescere. E che esse trovano un terreno di coltura più favorevole laddove ci si può permettere di studiare e di mettere a frutto gli insegnamenti appresi.

In un habitat in cui la crescita e il superamento di se stessi non siano concessi o pretesi da altri (lo Stato), ma considerati parte integrante del proprio dovere di cittadino e componenti essenziali di ciò che ognuno è chiamato a fare per la propria evoluzione personale. E questo terreno di coltura, questo habitat è inequivocabilmente quella middle class, tanto vituperata da certi rivoluzionari in cachemire. Questo per dire che oggi più che mai dall’Unità d’Italia, proprio mentre la classe media si riduce e nessuno se ne adombra, avremmo invece un disperato bisogno di imborghesirci.

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