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Il rischio di avere fiducia

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Venerdì, 05 Dicembre 2014

Ci sono parole che hanno un peso specifico importante, che andrebbero pronunciate con consapevolezza e, possibilmente, con parsimonia. Ognuno di noi, per ragioni personali e storiche, ne ha alcune a cui tiene più che ad altre. Ci sono poi quelle che, come dire, fanno parte di una sorta di memoria collettiva di stampo junghiano, verso cui tutti dovremmo dimostrare particolare attenzione, non nominandole invano per evitare di svuotarle del loro prezioso significato. Due di esse sono fiducia e rischio.
La parola fiducia è fragile quanto tanto potente, lo è per il sentimento che esprime in quanto coinvolge ogni rapporto che stringiamo con l’esterno (dai nostri familiari ai colleghi di lavoro, dai clienti ai collaboratori) e con il proprio io (fiducia in se stessi). Ed è anche una condizione che sovrasta la vita comune: fiducia nel Paese, fiducia nel futuro. Altrettanto importante è la parola rischio, perché correre il rischio differenzia colui che sceglie l’immobilismo da chi preferisce agire, così come il cauto dall’imprudente. È un concetto in bilico, sul crinale del successo o della rovina.

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«Non si potendo ottenere le cose grande senza qualche pericolo, si debbono le imprese accettare ogni volta che la speranza è maggiore che la paura»

Francesco Guicciardini

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Eppure se non si è, seppur minimamente, votati al rischio, non si può fondare un’impresa, creare una famiglia, dare vita a un progetto. E così come la fiducia non la si acquista una volta per tutte, ma bisogna guadagnarsela ogni giorno attraverso fatti concreti, anche la predisposizione al rischio non può essere un gesto una tantum: chi dirige un’azienda sa che bisogna di volta in volta alzare l’asticella perché ieri e diverso da oggi, e oggi diverso da domani. Tuttavia, se si aguzza la vista, si scopre alla fine che nella fiducia è insita anche una componente di rischio (quello di credere negli altri o in qualcosa che potrebbe pure deluderti), mentre il rischio è anche un atto di fiducia (credere in ciò che si fa). “Credere”, appunto, è essenzialmente quanto dovremmo fare quando dai governanti ci viene chiesto di avere fiducia nel Paese e nelle sue istituzioni. Ma esistono le condizioni per potersi assumere un simile rischio? Al momento direi di no. Prima di farlo bisognerà riscoprire un ideale condiviso di bene comune (c’è chi ce l’ha già, e sono in tanti), responsabilizzando il singolo e dimostrando magari a chi è stato parsimonioso e ha investito i risparmi di una vita di non essere penalizzato e tartassato rispetto a chi ha dilapidato piuttosto che nascosto o “esportato” i suoi guadagni. E bisognerà anche che le medesime istituzioni tendano la mano a chi – come le aziende – crea lavoro e valore. Dopodiché, personalmente, la penso proprio come ebbe a dire a suo tempo il Guicciardini: «Non si potendo ottenere le cose grande senza qualche pericolo, si debbono le imprese accettare ogni volta che la speranza è maggiore che la paura». Ecco, la speranza è un’altra bellissima parola che dovremmo imparare sempre di più a esercitare e rispettare.

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