Credetemi, meglio la gallina domani

Attenzione! Fermi tutti! Sono mesi, anzi anni – esattamente otto – che ci dibattiamo tra un’analisi e l’altra, uno studio piuttosto che un sondaggio per fornire una qualsiasi chiave di lettura relativamente alla crisi che fa chiudere le imprese, riducendo i posti del lavoro e mortificando all’inverosimile il nostro beneamato pil tricolore, con ricadute devastanti su welfare e fisco. Ma tant’è… Un corto circuito che è stato preso di peso come causa scatenante della flessione dei consumi; ci raccontiamo che la gente perde il lavoro o teme di perderlo e, quindi, non spende: risparmia, pensando alle possibili gelate future, generando di fatto lo stallo dell’economia.

E invece… Invece, secondo i dati di Eurostat, le cose non stanno esattamente così. Si scopre, per esempio, che rispetto al 2005 i consumi corrispondono al 98% del valore di allora, mentre gli investimenti si fermano al 78%. Le cose si fanno più “grigie” se il dato è rapportato al pil, perché il valore dei consumi privati si aggira comunque intorno al 60% (in linea con la media europea), mentre gli investimenti tracollano al 17% (una delle peggiori performance). Come dire? Abbiamo ciurlato nel manico… Ci stiamo arrovellando su cosa fare per aumentare la capacità di spesa degli italiani, far crescere i salari, architettare redditi di cittadinanza per sostenere i consumi delle famiglie (almeno così si pensava, ingenuamente) e invece il conquibus è altrove.

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Occorre un gesto drastico

 

che faccia da linea

di demarcazione

 

tra un pre e un post

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Già, perché il senso di quanto indicano le statistiche europee punta l’indice sul fatto che nel nostro Paese per certi versi si continua a puntare sull’uovo oggi anziché sulla gallina domani. Perché quello che manca drammaticamente all’appello della nostra economia nazionale sono gli investimenti privati. Insomma, le aziende devono investire, ma per farlo bisogna fare in modo che abbiano le risorse per farlo, altrimenti le chiacchiere stanno a zero. Perciò occorre un gesto drastico che faccia da linea di demarcazione tra un pre e un post. Qualcosa sulla falsariga di quanto annunciato nelle ultime settimane da Donald Trump per gli Usa: una flat tax unica per tutte le aziende pari al 15%, rispetto all’attuale imposizione che prevede aliquote sino al 38%, a seconda della fascia di utile, da integrare con la tassazione statale e locale.

Potrebbe servire un provvedimento simile per l’Italia? Difficile dirlo, ma qualcosa di drastico va fatto, soprattutto se si considera che da noi l’aliquota legale arriva al 31,4%, mentre il peso fiscale totale per le imprese raggiunge l’astronomica percentuale di 64,8 punti. Certo, il tutto dovrebbe essere sottoposto alla condizione che quei risparmi fiscali siano poi efficientemente reinvestiti nelle aziende per dotarle di elementi competitivi in grado di creare valore e occupazione e per ultimo, ma non da ultimo, bisognerebbe mettere in moto un convincente e puntuale organo di controllo che imponga il rispetto delle regole. Lo so, stiamo parlando di fantascienza per un Paese dove la politica è di fatto in scacco del ricatto populista e dove certe aziende come Alitalia, che hanno continuato a drenare per decenni risorse pubbliche col beneplacito di sindacati conniventi con manager nel migliore dei casi incapaci, non sanno cosa sia la competizione, ma tant’è…

Insomma, abbiamo già sperimentato che provare ad aumentare artificialmente i consumi non funziona se non si crea lavoro e, di rimando, non si rimettono in moto le imprese. Va fatto quindi un lavoro sporco, duro, impopolare, ma necessario. Poi, ci sarà tempo e modo per cauterizzare tutte le eventuali obiezioni che potrebbero essere mosse a un simile gesto. Ma arrenderci all’attuale stallo sarebbe (è) una colpa imperdonabile.

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