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Ci piace vincere facile

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Mercoledì, 03 Novembre 2021
Marcell Jacobs-Gianmarco Tamberi-Tokyo 2021 © Getty Images

Riflettevo sul grande entusiasmo sollevato dalle nostre vittorie internazionali degli ultimi mesi. Mi riferisco al primo posto dei Maneskin all’Eurofestival, e poi all’affermazione di Berrettini a Wimbledon, all’affermazione degli Azzurri di Mancini agli Europei di Calcio e alle tante medaglie vinte dagli atleti italiani alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi di Tokyo, nonché al podio più alto agli Europei di Volley. Mi incuriosisce il meccanismo di come il raggiungimento di un obiettivo in campo musicale e sportivo abbia riflessi tanto immediati nella percezione della realtà del Paese, così come mi diverte questa capacità – tutta italica – di infiammarsi per le vittorie di chi ci rappresenta a livello internazionale, ma di prendere le distanze – come se non ci riguardasse direttamente – dagli insuccessi (sportivi e musicali come economici e politici) che inanelliamo. Anche se ai primi possiamo contribuire per cambiarne le sorti solo indirettamente, mentre sui secondi potremmo intervenire direttamente con il lavoro e il voto.

Come dire? Siamo al solito, “armiamoci, e partite!”, frammisto a un “ci piace vincere facile…”. Già, perché nella generalizzata euforia che circonda le affermazioni in queste competizioni, noi italiani siamo portati a dimenticare che dietro quei premi c’è una fatica immane, una dedizione quotidiana al traguardo, una passione sconfinata per quanto si sta facendo (prima per se stessi e poi per la “maglia” o il proprio Paese), una voglia di competere per fare meglio degli altri prima degli altri. E tutto questo ha un prezzo che gli atleti e gli artisti vincenti sono disposti a pagare.

Quello che mi chiedo allora è se tutti quelli che si infiammano per le medaglie e i premi, se tutti quelli che si complimentano con se stessi perché un nostro atleta ha fatto mangiare la polvere a questo o all’altro avversario, sarebbero disposti a fare altrettanto. Ovvero se ciascuno, nel proprio ambito, oggi sia disposto a fare il proprio lavoro meglio di quanto non lo facesse prima della pandemia, prima cioè che il proprio Paese (ovvero la sua squadra) precipitasse in una crisi senza precedenti. Lo dice in qualche modo anche Federico Marchetti nella nostra intervista di copertina, c’è un Paese da salvare, da portare a livelli superiori a quelli già disastrati in cui versava prima della pandemia, e non ci riusciremo certo con un approccio al lavoro da minimo sindacale, di chi fa da sé e per sé senza darsi una visione d’insieme e un obiettivo superiore a quello che sia lecito aspettarsi.

Dagli atleti e dagli artisti dovremmo imparare che nessun successo si raggiunge per caso, che il cammino verso l’affermazione di un’idea o di un progetto è costellato anche di cadute e risalite, e che a fare la differenza non è solo il nostro talento ma anche la capacità di relazionarsi alle persone e alle cose, nonché il coraggio di essere disposti a buttare – sempre e comunque – il cuore oltre l’ostacolo.

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