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Chi stabilisce quanto vale un Ceo?

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Mercoledì, 02 Marzo 2022
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Quanto vale il lavoro di un buon Ceo? A sentire i venti che soffiano sui social, non troppo. Nelle ultime settimane, abbiamo assistito all’immancabile refrain di chi si scandalizza per i compensi record dei soliti Tim Cook e company. Dimostrando che in molti fanno ancora fatica ad afferrare il senso della regola aurea secondo cui un manager in grado di accrescere il valore della propria azienda, e quindi il livello di occupazione e di benessere dei suoi dipendenti, non ha prezzo. Il resto, mi si perdoni la brutalità, sono solo chiacchiere. Anche perché chi ritiene che quello dell’amministratore delegato – soprattutto di una multinazionale – sia un mestiere facile e adatto a tutti, dovrebbe rendersi conto delle priorità che contraddistinguono il ruolo.

Come si fa a gestire un’azienda in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, creando valore aggiunto per tutti i suoi stakeholder e azionisti? A chi spetta governare l’impresa oltre il guado della pandemia con tutte le ricadute di carattere non solo economico-finanziario, ma anche tecnologico, organizzativo e culturale? Chi dovrà infondere certezza e progettualità in una fase storica e politica in cui i precedenti parametri dei business plan vanno rivisti? Con chi gli azionisti dovranno riscrivere gli scopi della loro impresa, a partire dai mutati rapporti con i propri dipendenti e clienti? Chi dovrà dirigere la produzione di beni e servizi verso una reale transizione sostenibile? Queste sono solo alcune delle sfide che stanno affrontando e dovranno affrontare in questi mesi i Ceo di varie imprese, altre – altrettanto e diversamente complesse – sono quelle con cui si sono misurati negli ultimi anni.

Per molti è stato un lavoro esageratamente remunerato, con una sproporzione abnorme rispetto ai compensi medi dei propri dipendenti, e forse non hanno del tutto torto. Ma si può ragionevolmente pensare che pagare meno un top manager che fa bene il suo mestiere, sia una soluzione competitiva adeguata? Chi mi dice che l’agire di quel Ceo non sia stata fondamentale affinché quei compensi (che devono essere, ovviamente, equi) arrivassero sui conti correnti di migliaia di suoi dipendenti? Questo per dire che lungi da me l’idea di difendere le remunerazioni di personalità che ormai più che manager sono dei miliardari, ma fino a che non toglieremo il velo di moralismo che copre temi come quello del compenso dei talenti, la meritocrazia nel nostro Paese continuerà ad avere ancora seri problemi a emergere.

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