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Cercansi visionari

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Lunedì, 07 Ottobre 2013

Mi rifiuto di credere che in Italia, come sostengono ormai sempre più manager, sia impossibile fare impresa. Certo, i presupposti per dare loro ragione ci sono tutti. Il nostro è il Paese con più tasse, il maggior debito pubblico (in buona compagnia con Grecia e Giappone), una burocrazia iperlenta, i servizi tra i più deboli, un territorio e delle infrastrutture che necessitano di robusti investimenti, una spesa pubblica impennatasi di oltre il 50% negli ultimi 12 anni. In breve, nelle casse dello Stato sono entrati più soldi, ma se ne sono spesi sempre di più senza con questo migliorare la vita dei contribuenti. E inevitabilmente, passando dal macrocosmo Paese al microcosmo impresa, i riflessi sulle attività produttive risultano devastanti: i consumi languono, i pagamenti (quando ci sono) vengono dilazionati sine die, produzione e occupazione sono pesantemente ridimensionate, facendo perdere di fatto all’erario gettito fiscale e contributivo.
Un macigno grava sulle attività d’impresa, un peso che vede diminuire il credito alle aziende, la tassazione degli utili lordi superare il 68%, e le imposte locali dirette e indirette aumentare negli ultimi 20 anni del 500%. A questo punto a un qualsiasi governo avveduto non rimarrebbe che puntare tutto su un unico tavolo: imprese e lavoro, perché solo se si aiutano le prime si crea il secondo. Come? Smettiamola una volta per tutte di pensare di intervenire attraverso i triti sostegni economici a questa o a quell’azienda, che aiutano e non salvano, anche perché – a meno di essere una start up innovativa – chi ne ha bisogno per sopravvivere vuol dire che non ha il know how per essere competitivo.

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Ci siamo incartati su annosi problemi continuando a ragionare allo stesso modo, ottenendo inevitabilmente gli stessi risultati

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Quindi, l’unica via da seguire rimangono le tasse: farle pagare a chi non lo fa e smettere di affamare quelli che lo fanno. Non c’è altra via: bisogna ridimensionare sensibilmente il peso fiscale a carico delle imprese, riducendo al contempo il cuneo fiscale in modo da consentire alle famiglie di avere a disposizione maggiore liquidità da spendere. Oltre che, come si spera da sempre, dal recupero dell’evasione fiscale, le risorse che verrebbero a mancare sarebbero recuperate in parte attraverso un maggiore gettito Iva. In più, dopo che i partiti si saranno degnati di approvare una legge sul taglio ai loro finanziamenti (che tutti loro a parole vorrebbero ma nessuno si degna di sottoscrivere nei fatti), altre risorse potrebbero giungere da seri provvedimenti sulla sburocratizzazione. Perché va bene sbandierare ai quattro venti la volontà di attrarre in Italia gli investimenti stranieri, ma fino a quando non sarà reso più semplice fare impresa agli italiani, è molto difficile che il nostro territorio diventi appetibile per gli stranieri.
Ci siamo incartati su annosi problemi continuando a ragionare allo stesso modo, ottenendo inevitabilmente il medesimo risultato. Adesso, bisogna convincersi che le vecchie soluzioni non funzionano più, che occorre dotarsi di una visione che ne contempli di nuove, a volte di insolite, forse dolorose ma non per questo inefficaci. Ecco, credo che oggi il nostro Paese abbia bisogno di insoliti visionari. Così come da sempre lo sono quegli imprenditori che, facendo tesoro del passato, producono segnali di fiducia per il futuro.

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