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Capire il '68 per comprendere il 2018

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Giovedì, 01 Febbraio 2018
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Io c’ero, nel ’68. Avevo quattro anni, troppo piccolo per capire, ma c’ero. Soprattutto ci sono stato nella misura in cui oggi – che, per inciso, ho superato i cinquant’anni – posso rendermi conto di cosa significavano i simboli, le mode, le parole, i gesti, la musica che, a poco a poco, avrei imparato a riconoscere, ormai bambino senziente e adolescente, negli anni immediatamente successivi. Non so quante siano le generazioni che abbiano avuto la fortuna, come la mia, quella dei Baby Boomers, di poter decodificare in modo così ampio e lucido i tempi in cui sono cresciute. Il che non vuol dire, ovviamente, prendere per oro colato tutto quanto è successo, vederne solo gli aspetti positivi, ma anzi, scorgerne soprattutto le zone d’ombra e comprendere da dove venivano, da cosa erano state prodotte e perché. E da pesanti ombre da quell’anno in poi il cielo dell’Italia è stato funestamente attraversato. Una per tutte, il terrorismo degli anni di piombo.
Stiamo parlando di un periodo che non può essere salvato o distrutto in toto, sarebbe troppo comodo e superficiale. Ma che va conosciuto e capito. Per questo abbiamo pensato di dedicargli ampio spazio in questo primo numero del 2018 , l’anno che segna l’anniversario di mezzo secolo. Cinquant’anni sono trascorsi: e ora che abbiamo frapposto la giusta distanza per non farci più irretire dalla retorica e dalla rabbia di quel tempo, possiamo finalmente osservare con occhi adulti quel che è stato, e siamo in grado di raccontare anche alle generazioni giunte poi ciò che allora smosse nel profondo la società occidentale. Quando i giovani si posero come leva del cambiamento, diventando interlocutori delle classi politiche ed economiche in virtù di un loro diverso modo di concepire il mondo. I giovani fino ad allora non esistevano come categoria, men che meno come soggetti politici. “Fare politica” in quegli anni – se si eccettuano le storture degli estremismi – era considerato un dovere civico ed etico, occuparsi di chi non vedeva ancora riconosciuti i propri diritti civili, un imperativo categorico. Personalmente, di questo sento la mancanza, soprattutto alle soglie dell’ormai prossima tornata elettorale di marzo che sento confusa, ruffiana nei confronti degli elettori più sprovveduti e lontana dai bisogni delle persone in carne e ossa.
Ecco perché del ’68 abbiamo voluto approfondire i chiaro-scuri, facendoci aiutare da personalità dell’economia e del lavoro nonché intellettuali e uomini di fede che hanno vissuto quel periodo come uno spartiacque delle loro stesse vite. Perché sono convinto che capire meglio l’eccezionalità di quel periodo, possa aiutarci anche a comprendere le difficoltà di quello attuale.

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Anno XIII n 1 gennaio-febbraio 2018
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