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Altro che “fare”, basterebbe “copiare”

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Lunedì, 01 Luglio 2013

Non ho la presunzione di voler rubare il mestiere a nessuno, ma – se fossi stato nei panni del premier Letta – ci avrei pensato un po’ di più prima di approvare il nome del famigerato Decreto del fare . Immagino che anche a voi sia capitato in queste settimane di leggere e di pensare infinite e divertenti declinazioni del verbo utilizzato per commentare il contenuto dello stesso, vedi “decreto del fare…baciare-lettera-testamento, finta, scena, proclami, pena…” e chi più ne ha più ne metta.

Enrico Letta, Gerhard Schroeder © Getty Images (2)

Enrico Letta e Gerhard Schroeder

Come dare loro torto d’altra parte, leggendo le voci su cui si è voluti (a occhio e croce con poca efficacia) intervenire: infrastrutture, edilizia, impresa, agenda digitale, donazione degli organi, semplificazione fiscale, ambiente, istruzione e università, semplificazioni per la cittadinanza, giustizia civile. Nulla di nulla che somigli lontanamente al taglio degli sprechi nella pubblica amministrazione (pari, si stima, a 90 miliardi) o alla riduzione delle tasse che stanno soffocando imprese e famiglie; niente che richiami alla mente una seppur flebile diminuzione del cuneo fiscale per permettere ai lavoratori di avere più soldi in tasca o che impegni la PA a pagare i suoi debiti verso i fornitori in tempi e modalità consoni a un Paese degno di definirsi civile.
Un’ottantina di provvedimenti che rischiano di avere, nella migliore delle ipotesi, un modestissimo impatto e nessun peso per rimettere in moto lo sviluppo. E vi risparmio, per amor di patria, di riportare qui quello che penso sulla penosa pantomima dell’aumento dell’Iva… Cosa avrebbe allora dovuto quanto meno cominciare a “fare” questo governo per sperare di uscire dall’impasse? Rispondo con un altro verbo, “copiare”. Chi? Che domande, ma la Germania, ovviamente! Quella del cancelliere Gerhard Schroeder per la precisione, che nel 2003 varava l’Agenda 2010 , il provvedimento che portò il Paese fuori dal tracollo a cui sembrava inesorabilmente destinato, prevedendo una serie di riforme strutturali per rilanciare l’economia che, in estrema sintesi, riguardavano la riduzione delle aliquote fiscali e il taglio delle spese sanitarie per prestazioni non considerate essenziali nonché la fine di certi monopoli. Ma l’Agenda intervenne soprattutto sul fronte occupazione, con tangibili agevolazioni per le assunzioni delle nuove imprese e un welfare che favoriva il ritorno del disoccupato nel mercato del lavoro, anche a spese dello Stato (i cosiddetti lavori da un euro), sostenendo l’iniziativa privata. Riforme non forse a caso messe a segno da Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen.
Vi sembra che quanto si ripromettono di fare Letta & co. somigli lontanamente a ciò? Proprio no. È più uno striminzito decreto di stampo statalista, senza respiro, a opera di un governo che ha il fiato corto, perché intento a sopravvivere a se stesso e incapace finanche di riformulare una riforma elettorale in grado di portarci fuori dal pantano. E questo me lo chiamano “fare”?

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